L'attesa nella malinconia

Una pubblicazione di Lupo Donato

L’attesa nella malinconia

Per tutto il giorno il sole si è nascosto dietro le nubi.
È pomeriggio tardi e ormai pochi raggi fievoli ritrovano la feritoia fra le tende e le finestre accostate.
Illuminano a formare un corridoio nel quale danzano come soavi ninfee i luccicanti granelli di polvere. Muoiono sul fianco del mobilio scuro che si riflette debolmente sul cotto pavimento.
In tutta la stanza lo scarno mobilio e il profumo dolce e amaro del legno misto al carbone di quercia che, ormai raso, dorme nel grande caminetto; essi fanno da cornice all’unica sedia che dritta domina il centro della stanza.
Le candele sono spente, ma il loro profumo è padrone della stanza e non cornice.
La solitudine è come una fitta nebbia che avvolge e riempie. Come una goccia d’acqua sul pavimento, un rumore sordo e racchiuso in una scatola, scandisce il tempo che sembra essersi fermato. Sembrano grandi stivali di un imponente gigante che lentamente scendono una scalinata di legno. Thum – Thum – Thum. È Il suono del cuore che batte forte; appeso pendente dalla gola.
Seduto su quel freddo e rossiccio pavimento al ciglio della stanza con sopra un plaid. Una gamba rigira come a voler modellare una sedia e l’altra ricurva segue l’andamento della prima quasi a rincorrerla. La spalla imita il capo che sembra sorreggere lo stipite della porta. Le mani abbandonate sulle ginocchia stanno aspettando, secche, aperte, bianche; aspettano.
L’attesa che il cuore molli la presa e cada dolcemente, può essere lunga, ma davanti abbiamo una vita.
L’uomo è capace di costruire il proprio dolore.
È artista del momento e del tempo. Lo ferma per un istante che, in anima sua, può eternamente rappresentare la propria sincera, naturale,
Dea Malinconia.

Lupo Donato

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