Sui déjà vu e sul fenomeno della prescienza

"Non ti pare familiare?" Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 15 dicembre 2018

Sommario

1 – Introduzione
2 – Cenni storiografici
3 – L’Approccio psicologico

  • Teorie neurologiche
  • Teoria del processamento duale di Gloor
  • Teoria attenzionale di Brown
  • Teorie amnestiche

4 – L’Approccio metafisico

  • Teoria dei sogni premonitori
  • Teoria dell’universo olografico
  • Teoria degli universi paralleli
  • Teorie del “glitch”
  • Teoria della reincarnazione

5 – Dialogo sulla prescienza
6 – Una nuova teoria?
7 – Conclusioni

1 – Introduzione

Con questo articolo voglio riportare alla luce un fenomeno di cui si è già detto molto in passato, ma che a mio avviso è stato affrontato in maniera molto superficiale. Dai miei studi a riguardo ho potuto notare come tutte le teorie sul fenomeno del déjà vu sono riducibili a due categorie: da un lato vi sono gli psicologi scettici che cercano di analizzare il fenomeno con spiegazioni riducibili a fenomeni mentali (mi riferirò a queste teorie con il nome di “Approccio psicologico”), dall’altro vi sono gli spiritualisti che tentano di mostrare, a volte esageratamente, come questo fenomeno sia la prova di altre loro teorie più “pseudoscientifiche” (con questo termine non intendo affermare alcuna infondatezza di queste loro teorie, voglio invece sottolineare come esse siano prive di possibilità di sperimentazione e di comprovazione scientifica; mi riferirò a questo gruppo di teorie con il nome di “Approccio metafisico”).

Mostro qui di seguito le ramificazioni dei due approcci.

 

Approccio psicologicoApproccio metafisico

·         Teorie neurologiche

·         Teoria del processamento duale di Gloor

·         Teoria attenzionale di Brown

·         Teorie amnestiche

·         Teoria dei sogni premonitori

·         Teoria dell’universo olografico

·         Teoria degli universi paralleli

·         Teorie del “glitch”

·         Teoria della reincarnazione

In questo articolo cercherò di enunciare le seguenti teorie soffermandomi laddove crederò che ciò sia necessario. Il paragrafo 5 è dedicato ad un excursus sul fenomeno della prescienza; reputo che questo argomento sia trasversale ai casi di déjà vu e che ci possa venire in soccorso per formarci un’idea più metodica del fenomeno nel suo complesso. Tuttavia, se il lettore lo riterrà opportuno potrà saltare il paragrafo 5; ciò non comporterà alcuna perdita di informazione per la comprensione dei paragrafi successivi. Svilupperò infine una mia teoria rispolverando le ricerche del dottor Jung[1] e tirerò le somme in una conclusione aporetica. Il mio scopo non è infatti quello di indirizzare il lettore verso una teoria piuttosto che verso un’altra; voglio invece raccogliere, nella maniera più imparziale possibile, tutto ciò che sappiamo riguardo al fenomeno, certo che il lettore saprà, in un secondo momento, formarsi una propria idea critica a riguardo.

Preciso inoltre che il termine déjà vu che userò io è una classe d’insieme di fenomeni che a volte vengono distinti tra loro:

  • Il Presque vu (l’aver già visto qualcosa)
  • Il Déjà rêvé (l’aver già sognato qualcosa)
  • Il Déjà entendu (l’aver già sentito qualcosa)
  • E altri fenomeno strettamente simili

In questo articolo non tratterò invece il Jamais vu (il non riconoscere qualcosa che effettivamente si è già visto), né la sindrome di Capgras (il riconoscere come impostori persone che si conoscono) o la sindrome di Fregoli (l’opposto della sindrome precedente), poiché ritengo che essi non siano riducibili semplicemente ad un fenomeno simile al déjà vu (se non in senso strettamente neurologico; sempre che uno creda nell’Approccio psicologico).

[1] Mi riferirò in particolare alle teorie sull’inconscio collettivo

2 – Cenni storiografici

Sembra che descrizioni di fenomeni simili a quelli del déjà vu siano riscontrabili già in Platone, Aristotele e negli antichi Pitagorici. Mi riferisco in particolare all’anamnesi platonica, alle teorie aristoteliche esposte nel “Della memoria e della reminiscenza” e ai riferimenti presenti negli scritti pitagorici sulla metempsicosi. Con un po’ di azzardo mi piace vedere in Platone e nei Pitagorici dei precursori dell’Approccio metafisico e in Aristotele l’equivalente per l’Approccio psicologico.

Il termine déjà vu venne però introdotto per la prima volta dal parapsicologo francese Émile Boirac[1] nel suo ultimo libro (pubblicato appena dopo la sua morte) “Il futuro delle scienze psichiche”[2] del 1917. Egli, abbracciando l’Approccio metafisico, attribuì il fenomeno ad una particolare facoltà psichica chiamata “metagnomia” che, dalla sua descrizione, sembra avvicinarsi al concetto moderno di chiaroveggenza.

Riporto inoltre altre descrizioni del fenomeno da parte di famosi psicologi della prima metà del XX secolo[3]

[1] Secondo Sno (1994), Neppe (1983a, 1983e) e Funkhouser (1983). Contro Berrios (1995) e Findler (1998) che invece attribuiscono il primo uso del neologismo a Arnaud (1896),

[2] Per una consultazione del testo tradotto in lingua inglese vedi https://archive.org/details/psychologyoffutu00boiruoft

[3] La tabella è tratta da Brown (2003) “A Review of the Dèjà Vu Experience” p.395

Si può notare come essi, in quanto psicologi, hanno abbracciato tutti l’Approccio psicologico.

Nota inoltre che Titchener già nel 1928 si riferiva al fenomeno con il termine “paramnesia di riconoscimento errato”, riducendo già da allora il fenomeno del dèjà vu ad una semplice sottoclasse di quei disturbi mnemonici catalogati come paramnesie. Altri autori che hanno fatto riferimento al fenomeno descrivendolo come qualcosa di estremamente comune e universale sono stati: Maudsley, 1889; MacCurdy, 1925; Wilson, 1929; Carrington, 1931; Conklin, 1935; Chapman & Mensh, 1951; Murphy, 1951; M. A. Harper, 1969 e Critchley, 1989.

Mi è infine d’obbligo citare i fondatori del moderno Approccio psicologico: Sno & Linszen, 1990; Berrio; Neppe, 1983; Brown, 2003 e Wild, 2005. Tutti i loro studi ci hanno infatti portato alla moderna definizione di dèja vu (“qualsiasi soggettiva impressione inappropriata di familiarità di un’esperienza presente con un passato indefinito”).

Ancora una volta, faccio notare come tutti questi psicologi appoggino l’Approccio psicologico. Credo ovviamente che il contesto e la professione abbiano profondamente influenzato i loro studi.

Ma l’Approccio metafisico allora da dove deriva?

Sembra che esso si sia formato in parallelo come avversione verso l’Approccio psicologico e che sia entrato nella mentalità comune. Alcuni studi mostrano le percentuali di persone che sembrano credere all’approccio metafisico[1].

Consiglio vivamente ai lettori più interessati ad approfondire l’Approccio psicologico la lettura di “The Déjà Vu Experience” di Alan S. Brown (ISBN: 978-1138006010) e di “déjà Vu trilogy” di Vernon Neppe[2]. Mentre per quanto riguarda la storiografia del fenomeno in questione consiglio la lettura di “Piramidi di tempo. Storie e teorie del déjà vu”[3] di Remo Bodei (ISBN: 978-8815240156).

Termino infine questo paragrafo con un dato che a mio avviso dimostra il sempre maggior radicamento nella popolazione comune di credenze inerenti all’Approccio metafisico[4]:

[1] Green, 1966; Greyson, 1977; Palmer, 1979; Kohr, 1980; McClenon, 1988; Gallup & Newport, 1991; Ross & Joshi, 1992; Gaynard, 1992

[2] Libri introvabili se non fosse per l’istituto PNI che li rende vende in formato ebook: http://www.brainvoyage.com/shop/catalog/product_info.php?cPath=22&products_id=37. Nota inoltre il riferimento di Neppe da parte della CIA, in un documento rilasciato al pubblico soltanto il 15/08/2000: https://www.cia.gov/library/readingroom/docs/CIA-RDP96-00792R000700810001-1.pdf

[3] Per un estratto del libro: http://www.bnnonline.it/index.php?it/162/libri-e-letture/27/piramidi-di-tempo-storia-e-teoria-del-dj-vu&printPdf=1&stripImages=1

[4] La tabella è tratta da https://news.gallup.com/poll/4483/americans-belief-psychic-paranormal-phenomena-over-last-decade.aspx

Età (in anni)

18-29

30-49

50+

Percentuali credenti nella chiaroveggenza

42

33

26

 

Combinando i dati delle due tabelle risulta evidente che le ultime generazioni di giovani sono estremamente più aperte all’Approccio metafisico, piuttosto che in passato.

Che stia arrivando l’ora della rivincita dell’Approccio metafisico?

3 – L’Approccio psicologico

  • Teorie neurologiche

Questo insieme di teorie afferma che il fenomeno del déjà vu è causato da un’epilessia di una particolare zona circoscritta del cervello. Vi sono tuttavia pareri discordanti sulla zona celebrale d’interesse. Sembra però che molti medici concordino con l’identificazione di tale zona con il lobo temporale[1] (la causa dei déjà vu sarebbe dunque la cosiddetta TLE, Temporal Lobe Epilepsy). In particolare il medico austriaco Josef Spatt reputa che il problema risiederebbe proprio nella corteccia paraippocampale[2].

[1] Vedi Haerer, A.F., 1992, “The Neurological Exam” e https://www.epilepsybehavior.com/article/S1525-5050(08)00273-4/fulltext (articolo purtroppo a pagamento)

[2] Spatt, J. (2002) “Déjà Vu: Possible Parahippocampal Mechanisms” in: The Journal of Neuropsychiatry & Clinical Neurosciences

È interessante notare le correlazioni tra la TLE e la “neuroteologia”. Il neuroscienziato statunitense Michael Persinger ha infatti scoperto che, stimolando il lobo temporale, si inducono nei pazienti esperienze mistiche e talvolta anche déjà vu[1].

Un’altra interessante teoria neurologica è quella proposta da Osborn già nel 1884 e ripresa da O’Connor & Moulin nel 2006. Mi riferisco alla teoria del ritardo del percorso ottico (optical pathway delay theory): l’informazione da parte di un occhio arriverebbe qualche istante dopo quella dell’altro occhio, generando così uno strano senso di familiarità. Nota però che una teoria di questo genere attribuirebbe a fenomeni come il déjà rêvé o il déjà entendu nature neurologiche completamente diverse da quelle del déjà vu

[1] Vedi “NeuroTheology: Brain, Science, Spirituality, Religious Experience” ISBN: 978-0971644588

  • Teoria del processamento duale di Gloor

Teoria che porta il nome di Pierre Gloor in quanto riportò alla luce negli anni 90[1] le teorie di Robert Efron[2] confrontandole con i dati sperimentali dei pazienti affetti da TLE.

Il nucleo centrale di questa teoria è che il déja vu è il risultato della desincronizzazione momentanea di due processi cognitivi che normalmente vengono elaborati parallelamente[3]. Gloor identifica questi due processi come quello del riconoscimento della familiarità (familiarity) e del recupero dell’informazione dalla memoria (retrieving). In particolare, il déjà vu avverrebbe quando viene stimolato il processo di riconoscimento della familiarità senza però alcun effettivo recupero di memorie passate (il processo inverso potrebbe essere la causa del jamais vu).

[1] Gloor, P. (1990) “Experiential Phenomena of Temporal Lobe Epilepsy“ in: Brain, Vol. 113

[2] Efron R (1963). “Temporal perception, aphasia and déjà vu” in: Brain: A Journal of Neurology. Vol. 86

[3] O’Connor & Moulin, 2006; Brown, 2004

 

Diversamente da Gloor, de Nayer nel 1979 propose, in sostituzione al riconoscimento della familiarità, il processo di codifica del ricordo (encoding); in questo modo de Nayer spiegava il déjà vu come una circostanza in cui i due processi cognitivi, che solitamente avvengono in tempi differenti, si sincronizzano, facendoci registrare nuovamente un ricordo che già avevamo. In realtà, de Nayer non diede mai alcuna interpretazione su come un tale fenomeno da lui descritto potesse avvenire, si limitò piuttosto a supporne l’esistenza; è per questo che oggigiorno la teoria del processamento duale è attribuita a Gloor.

In sintesi:

Gloorde Nayer
Condizioni normaliFamiliarity e retrieving sincronizzatiRetrieving e encoding lavorano in momenti separati
Déjà vuLavora solo il familiarity (in caso contrario abbiamo il jamais vu)Retrieving e encoding sincronizzati

 Ci sono inoltre altre due teorie di processamento duale meno famose:

  • Bergson afferma che il déjà vu è causato da una desincronizzazione tra percezione e memoria[1]
  • Hughlings e Jackson (1888) affermano che gli uomini possiedono due tipologie di coscienza: la coscienza normale, che processa le informazioni provenienti dal mondo esterno e la coscienza parassita, che monitora i pensieri del mondo mentale. Quando l’attività della coscienza normale diminuisce, il processo di familiarità viene gestito in maniera superficiale dalla coscienza parassita che ci fornirebbe, in seguito a dei suoi errori, la sensazione di familiarità.[2]

[1] La teoria viene ripresa da Carrington (1931) e da Tulving (1968)

[2] Wigan (1844) propone un concetto analogo riferendosi però ai due emisferi celebrali

  • Teoria attenzionale di Brown

Alan Brown, professore alla Southern Methodist University, ha collaborato nel 2009 con la psicologa Elizabeth Marsh della Duke University per un esperimento che coinvolgesse gli studenti di entrambe le Università. Agli studenti vennero mostrate velocemente delle immagini e, dopo tre settimane, gli furono rimostrate le stesse immagini mischiate con altre che non avevano mai visto. Il risultato fu il seguente: metà dei partecipanti all’esperimento ebbero una sensazione di déjà vu per quelle immagini che in realtà non avevano mai visto[1]. A parere dei due professori, questo piccolo esperimento suggerirebbe la veridicità della teoria di Brown.

Brown, riprendendo gli studi di Mack & Rock del 1998 sull’attenzione selettiva, afferma che le persone a volte guardano una cosa due volte; con un primo sguardo superficiale si registrerebbe l’informazione nel subconscio, il secondo sguardo ci farebbe invece registrare l’informazione a livello conscio. Il déjà vu sarebbe causato o da un’occlusione percettiva ignota (Perceptual Occlusion) che rallenta l’acquisizione conscia dell’informazione o da una cecità disattenzionale (Inattentional Blindness) che farebbe avvenire il processo subconscio per due volte consecutive, la seconda volta delle quali avvertiremmo quella strana sensazione di familiarità tipica dei déjà vu.

  • Teorie amnestiche

In un articolo del 2012 della rivista internazionale “Consciousness and Cognition”[2] la professoressa Anne M. Cleary, insieme ad altri colleghi (tra cui il già citato più volte professor Brown), hanno eseguito il seguente esperimento: delle persone guardavano in successione degli scenari diversi con la realtà virtuali. Successivamente furono aggiunti scenari per alcuni versi simili ai primi e veniva chiesto ai partecipanti se ricordassero quei luoghi. La maggior parte degli sperimentatori, quando si trovava ad uno scenario simile a quello già visto, giurava di averlo già visto identico così come lo vedeva ora.

L’esperimento dovrebbe confermare che i casi di déjà vu sono provocati da un errore del nostro processo di recupero dei ricordi che, riprendendo un ricordo passato simile a quello che sta ora processando, lo modifica per renderlo più attinente all’esperienza presente, facendoci così percepire la familiarità.

Un’altra possibilità, citata dallo psicologo americano William James è quella di collegare il fenomeno dei déjà vu a quello della cryptomnesia. In pratica, il nostro cervello unirebbe un’esperienza presente ad un ricordo passato “abbastanza sfocato” così da farci presentare la sensazione di familiarità.[3]

Per comprendere meglio queste posizioni, farò ora riferimento alla pragmatica cognitiva.

Secondo il linguista neo zelandese Robyn Carston[4] esistono 2 tipologie di parole:

  • Parole che codificano in forma logica concetti veri e propri (full fledge concepts) come ad esempio la parola “gatto”
  • Parole che codificano schemi di concetto (pointers) come ad esempio il verbo “tagliare”

Nota che, mentre la prima tipologia di parole fanno riferimento a degli “Universali univocamente identificati”, la seconda tipologia si adatta al contesto; il cervello gli fa assumere di volta in volta dei significati semantici differenti (come ad esempio tagliare il pane, o tagliare la strada a qualcuno). Alla stessa maniera il cervello, nei casi di déjà vu, fa un “fit” con dei ricordi passati rielaborandoli in base al contesto. Ricordi simili diventano dunque ricordi identici, dandoci la sensazione di familiarità.

Ma perché il cervello farebbe ciò?

Abbracciando l’ipotesi della salienza graduale della professoressa Rachel Giora[5] secondo cui il cervello classifica i significati in termini di frequenza e di familiarità con una modulazione contestuale basata sulle conoscenze enciclopediche, sembrerebbe che, nei casi di déjà vu, ci “farebbe comodo” modellare nella nostra mente un evento “familiare”, così che esso sia più semplice da categorizzare. In poche parole, in particolari condizioni, alla memoria “fa più comodo” inventarsi un ricordo passato a cui legare l’esperienza presente, piuttosto che generare uno “spazio mentale” completamente ex novo.

[1] “Psychonomic Bulletin & Review”, 2009

[2] “Familiarity from the configuration of objects in 3-dimensional space and its relation to déjà vu: A virtual reality investigation”

[3] Per approfondimenti sulle teorie amnestiche guarda Reed (1974) e Osborn (1884).

[4] Carston (2002)

[5] Guarda Giora (2007)

Video di un misterioso caso di déjà vu

“Ho già visto questo luogo”

4 – L’Approccio metafisico

  • Teoria dei sogni premonitori

Nel libro di David Lohff  “Dream Directory”[1], viene affermato che durante il sonno alcuni scenari ricostruiti dalla mente vengono salvati in maniera “sfocata” nel lobo temporale e che, trovandoci di fronte ad elementi che fanno riaffiorare a livello conscio quegli scenari sognati, potremmo arrivare a credere di aver già vissuto quell’esperienza.

Da questa teoria piuttosto scientifica si sono poi evolute altre teorie che fanno leva su basi filosofiche più o meno esoteriche. In particolare cito il presidente della TSA (Theosophical Society of America) del 1918 Louis William Rogers che nel suo libro “Dreams and Premonitions”[2] tratta in maniera approfondita l’argomento. Il professor Rogers afferma che i fenomeni di déjà vu sarebbero collegati a sogni premonitori basati sui ricordi dei viaggi nella dimensione astrale, dimensione in cui sarebbe possibile raggirare la consueta linearità temporale “sbirciando” nel futuro.

  • Teoria dell’universo olografico

Partendo dalle teorie fisiche di David Bohm sull’universo olografico[3] e dalla fondazione del modello olonomico del cervello di Karl Pribram si sono evolute tutte una serie di teorie sulla gnoseologia che abbiamo riguardo all’universo olografico.

I ricordi, essendo il risultato di pattern d’onda interferenti, potrebbero provenire anche da tempi “linearmente non presenti” data la singolarità temporale nel micro cosmo quantistico. I déjà vu sarebbero dunque dei casi in cui si riportano a livello conscio dei ricordi “futuri”.

  • Teoria degli universi paralleli

Ponendo come base il concetto di multiverso[4] formulato da Hugh Everett III nel 1957[5], il déjà vu sarebbe spiegabile in due modi:

  • Come una nostra capacità di saltare da un universo all’altro
  • Come la momentanea sintonizzazione tra universi sfalsati temporalmente

Come approfondimento alla teoria del multiverso consiglio il libro di Brian Greene “La realtà nascosta. Universi paralleli e leggi profonde del cosmo” (ISBN: 978-8806186135)

  • Teorie del “glitch”

Propongo una suddivisione delle teorie in base alla natura del “glitch”:

  • Natura ontologica: “Un déjà vu è un’imperfezione di Matrix, capita quando cambiano qualcosa”; si tratta della spiegazione che Trinity dà a Neo dopo il secondo passaggio di un gatto nero, nel film cult del 1999. L’insieme di queste teorie si basa sulla credenza comune di una realtà simile a quella presentata nel film Matrix; realtà programmata che non è esente da errori. Uno di questi errori momentanei di “sistema ontologico della realtà” è percepito da noi con il fenomeno del déjà vu.
  • Natura psicologica (più inerente all’Approccio psicologico; è presente qui solo perché fa riferimento ad un “glitch”): seguendo le ricerche di Akira O’Connor pubblicate nel 2016[6], sembra che il déjà vu sarebbe un segnale inviato dal cervello per comunicare la scoperta di un errore.

  • Teoria della reincarnazione

Questa teoria, basandosi sulle credenze religiose o spirituali della reincarnazione, afferma che il déjà vu non ha nulla di diverso da un ricordo “normale”; semplicemente nel primo caso, ricordiamo luoghi o eventi che abbiamo sperimentato in vite passate. Il cervello sarebbe dunque in grado di riportare a livello conscio dei ricordi immagazzinati nell’”anima”.

[1] 2004, ISBN: 978-0762419623

[2] È consultabile in parte al seguente link: https://www.forgottenbooks.com/en/readbook/DreamsandPremonitions_10065909#0

[3] Per approfondimenti consiglio la lettura di “Tutto è uno. L’ipotesi della scienza olografica” di Michael Talbot (2016), ISBN: 978-8807887413; e la lettura di “L’ologramma cosmico. L’in-formazione al centro della Creazione” di Jude Currivan (2017), ISBN: 978-8867730599

[4] Il termine fu in realtà coniato nel 1895 dal già citato psicologo americano William James in “The Will to Believe”

[5] Ricordo che una teoria filosofica simile era già stata presentata da Giordano Bruno

[6] https://www.newscientist.com/article/2101089-mystery-of-deja-vu-explained-its-how-we-check-our-memories/

5 – Dialogo sulla prescienza

  • Lupo Socrate[1]: Caro Echecrate di Fliunte dimmi adunque cosa ne pensi di questa pubblicazione proveniente dal secolo XXI.
  • Lupo Echecrate: Oh Socrate, figlio di Sofronisco, devo ammettere che sono parecchio confuso.
  • Lupo Socrate: Cosa ti confonde, Echecrate?
  • Lupo Echecrate: Dapprima i due approcci completamente differenti e poi le numerose somiglianze tra le teorie al loro interno.
  • Lupo Socrate: Spiegati meglio.
  • Lupo Echecrate: Insomma, guarda l’Approccio psicologico e l’Approccio metafisico. Il primo ha radici storiografiche e dati sperimentali che lo supportano; al secondo son dedicati poche pagine della pubblicazione con pure scarse fonti di riferimento.
  • Lupo Socrate: E da ciò che concludi?
  • Lupo Echecrate: Non so, amico mio. Credo che l’autore, seppure ha ammesso di voler essere imparziale, abbia dedicato fin troppo spazio all’Approccio psicologico. Quasi come se inconsciamente volesse dimostrarci la maggior scientificità di questo approccio.
  • Lupo Socrate: Credi dunque che Lupo Stefano abbia inconsciamente mostrato la sua preferenza all’approccio da te menzionato?
  • Lupo Echecrate: Credo di sì.
  • Lupo Socrate: Tralasci dunque le ricerche dell’azienda Gallup.
  • Lupo Echecrate: Dimmi.
  • Lupo Socrate: Vedi; alla fine del paragrafo sull’introduzione vengono mostrate le tabelle con i dati della Gallup sulle credenze degli americani.
  • Lupo Echecrate: Ora ricordo.
  • Lupo Socrate: Proprio lì viene evidenziato come, seppur sia un fenomeno recente, le credenze assimilabili all’Approccio metafisico stiano sempre più prendendo piede.
  • Lupo Echecrate: Hai ragione.
  • Lupo Socrate: Mi pare dunque ovvio che le fonti di questo approccio siano molto minori e che gli sia stato dedicato meno spazio nella pubblicazione.
  • Lupo Echecrate: Dici bene, Socrate. Ma non è forse preferibile credere in un approccio che abbia una solida storiografia alle spalle?
  • Lupo Socrate: Non è sempre vero ciò che affermi. Alcune popolazioni antiche credevano nell’utilità dei sacrifici umani. C’è una profonda storiografia a riguardo. Ciò significa dunque che è preferibile credere nei benefici offerti da questa scellerata pratica?
  • Lupo Echecrate: Credo di no.
  • Lupo Socrate: Credi bene, Echecrate. Non dimenticare inoltre che l’approccio metafisico è molto più vicino alle nostre teorie ontologiche
  • Lupo Echecrate: Tu dici?
  • Lupo Socrate: Lo dico. Pensa alla tua dottrina animica, è probabile che la metempsicosi si porti dietro ricordi di vite passate. Pensa poi alla mia dottrina delle idee, è possibile che nell’avvicinarci ad esse la nostra anima riesca a recepire eventi fuori dalla linearità temporale.
  • Lupo Echecrate: Ora che mi ci fai riflettere, sembra che anche l’Approccio metafisico abbia profonde radici storiche.
  • Lupo Socrate: Sembrerebbe di sì. Ma spiegami dunque cosa intendevi quando lamentavi la somiglianza tra le teorie interne agli approcci.
  • Lupo Echecrate: Intendo che è davvero difficile scegliere, ad esempio, tra una teoria puramente neurologica ed una amnestica.
  • Lupo Socrate: Ammetto questa difficoltà.
  • Lupo Echecrate: Alcune teorie d’altronde sembrano in qualche modo compatibili, anzi pare si ricolleghino l’un l’altra.
  • Lupo Socrate: Fammi un esempio.
  • Lupo Echecrate: Pensa alle teorie neurologiche che si basano sulla TLE, in effetti un’epilessia temporanea del lobo temporale potrebbe causare un’occlusione percettiva; inoltre se tale epilessia coinvolgesse la zona paraippocampale riuniremmo in un solo processo ben tre teorie: quelle di Spatt, di Persinger e di Brown!
  • Lupo Socrate: Ottima riflessione. In effetti le teorie non si escludono a vicenda. Che mi dici invece dell’Approccio metafisico?
  • Lupo Echecrate: Anche qui sento che ci sia un fenomeno che unisce le teorie di questo approccio.
  • Lupo Socrate: A cosa ti riferisci, amico mio?
  • Lupo Echecrate: Mi riferisco al fenomeno della prescienza. Sembra che vada perlomeno citata per completare il quadro complessivo.
  • Lupo Socrate: Vuoi parlare di questo fenomeno?
  • Lupo Echecrate: Mi par essenziale farlo.
  • Lupo Socrate: In effetti, le tue supposizioni sono fondate.
  • Lupo Echecrate: Parlami dunque di ciò che sai a riguardo.
  • Lupo Socrate: Mi viene in mente una lezione sul libero arbitrio che feci con un professore di filosofia teoretica[2] circa l’argomento della prescienza.
  • Lupo Echecrate: Rendimi dunque partecipe di questo tuo ricordo!
  • Lupo Socrate: Per tanti secoli la prescienza è stata attribuita ad una qualche divinità, in quanto si pensa che un dio, essendo fuori dal tempo, abbia la capacità di prevedere ciò che accadrà.
  • Lupo Echecrate: Rammento che alcuni filosofi antichi affermavano che una tale capacità era frutto del fatto che un dio, avendo creato la realtà tutta d’un colpo ed essendo la temporalità solo qualcosa che appartiene alla nostra dimensione, inglobi in sé stesso già tutti i tempi, passati, presenti e futuri. Guardare al nostro futuro, per una simile divinità sarebbe come il nostro ricordare il passato. Dico bene?
  • Lupo Socrate: Lo dici. Non dimenticare anche le teorie sulla sincronicità leibniziana! Egli affermava “Come la mia scienza non fa sì che le cose passate o presenti esistano, allo stesso modo, la mia prescienza non farà esistere le cose future”[3].
  • Lupo Echecrate: Egli credeva adunque che la prescienza non determina gli eventi futuri. Non è mica perché prevedo che all’istante t io mi sieda, che ciò accade.
  • Lupo Socrate: Però, se lo prevedi, potresti in qualche modo evitare che all’istante t tu ti sieda.
  • Lupo Echecrate: Ciò mi pare impossibile. Se ho previsto che ciò avverrà, non posso modificare ciò che accadrà.
  • Lupo Socrate: Attento a non cadere nel fatalismo! Stai forse affermando che è già tutto scritto?[4]
  • Lupo Echecrate: Se affermassi ciò mi priverei di ogni sorta di libertà! Io credo piuttosto che con un potere della prescienza io possa semplicemente dare uno sguardo a quel futuro costruito da tutte le mie libere scelte.
  • Lupo Socrate: Non credi dunque che la prescienza possa intaccare il libero arbitrio?
  • Lupo Echecrate: Un folle probabilmente, prevedendo che all’istante t egli si sieda, potrebbe provare a non far accadere quell’evento, ma credo che quell’evento in qualche modo accadrà obbligatoriamente e che terrà conto del libero arbitrio di questo folle.
  • Lupo Socrate: Da ciò che affermi derivano le conclusioni che ricordo abbiamo tratto nella lezione di filosofia teoretica: “La tesi della predicibilità implica che se un soggetto S ha in mano una profezia sufficientemente accurata il cui contenuto è che S eseguirà volontariamente una certa azione, molto semplice (A), anche se S ha l’intenzione di falsificare la profezia, S cambierà idea prima di mettere in atto il suo proposito” Pare dunque che un’intenzione di questo tipo è un’intenzione che un essere umano non può avere a lungo[5].
  • Lupo Echecrate: L’alternativa è rifiutare la tesi della predicibilità: non è possibile prevedere il nostro stesso comportamento futuro[6].
  • Lupo Socrate: Forse l’essere umano, proprio perché libero, è imprevedibile perfino da se stesso.[7] Solo una divinità che non può intervenire nella nostra realtà potrebbe logicamente avere il potere della prescienza.
  • Lupo Echecrate: E che ne è dunque del fenomeno dei déjà vu?
  • Lupo Socrate: Se vogliamo supporre verità per lo meno logicamente possibili dobbiamo affermare o che non è possibile per noi prevedere il futuro o che, se lo prevediamo, non possiamo agire in modo che esso sia differente.
  • Lupo Echecrate: Se crediamo nell’Approccio metafisico dobbiamo per forza credere in questa seconda possibilità.
  • Lupo Socrate: Forse, mio caro Echecrate, la rarità dei déjà vu prettamente metafisici[8] e la loro breve durata è un’altra delle leggi di natura.
  • Lupo Echecrate: Che intendi?
  • Lupo Socrate: Intendo che probabilmente, se esistono déjà vu con cause che ricadono nell’Approccio metafisico, essi sono strutturati in maniera tale da non poter modificare ciò che si è previsto.
  • Lupo Echecrate: Sarà forse per questo che Madre Natura abbia generato questo fenomeno in maniera così tanta misteriosa? Così per non poter comprenderlo pienamente con la razionalità, così da evitare casi paradossali come nei casi della tesi della predicibilità?
  • Lupo Socrate: Chissà, amico mio. Chissà. Ai posteri l’ardua sentenza.

[1] I due personaggi del dialogo fittizio sono ripresi dal Fedone platonico, poiché mi serviva qualcuno che sostenesse l’Approccio metafisico e che al contempo avesse una certa apertura mentale, la mia scelta non poteva che ricadere su Echecrate che è definito da Aristosseno come “l’ultimo dei pitagorici”.

[2] Ovviamente qui è l’autore che parla. Mi riferisco a https://sites.google.com/site/andreaguardo26/introduction-to-metaphysics

[3] Leibniz (1710), p. 514

[4] Teoria che in filosofia prende il nome di determinismo nomico

[5] vedi. Leibniz (1710), § 408

[6] vedi, Scriven (1965), pp. 414-415 e Cuypers e Rummens (2010); i cui argomenti però non sembrano conclusivi

[7] Teoria simile sostenuta dal filosofo scozzese Thomas Reid.

[8] Socrate vuole qui affermare la possibilità che non tutti i casi di déjà vu siano causati dallo stesso fenomeno.

6 – Una nuova teoria?

Vorrei porre all’attenzione del lettore una teoria che unisce Approccio psicologico e Approccio metafisico. Se diamo per buona la teoria dell’inconscio collettivo di Jung, questa potrebbe venirci in aiuto per i casi di déjà vu. Secondo la mia interpretazione, l’inconscio collettivo sarebbe un luogo ontologico in cui, oltre una certa mole di informazioni, ci sarebbero conservate le esperienze vissute dalla mente sotto forma di codifica ondulatoria. La particolarità di questo luogo è duplice:

  • Da un lato, essendo i suoi dati di natura ondulatoria, pare possibile che essi non seguano la linearità temporale. Questo consentirebbe di immagazzinare eventi che ancora, nella nostra realtà mentale conscia, non sono avvenuti.
  • Dall’altro lato vi è una stretta connessione tra il piano fenomenico della nostra mente e questo locus ontologico. Ciò significa che possiamo accedere a queste informazioni “archiviate” con una certa “volontà fenomenica” che non è riducibile puramente ai fenomeni celebrali neurologici. Esisterà un piano mentale fenomenico che attingerà a queste informazioni e che talvolta le riporterà a livello conscio.

Il déjà vu sarebbe spiegato come un affioramento temporaneo di queste informazioni di eventi, per noi, “linearmente futuri a livello conscio”.

L’aspetto metafisico qui è chiaro: si tratta dell’ipotizzare un luogo ontologico che non possiamo comprovare scientificamente.

L’aspetto psicologico risiede nella possibile correlazione tra neurologia celebrale e “piano fenomenico mentale”. In particolare non escludo che una possibile TLE potrebbe stimolare il piano fenomenico e far riaffiorare maggiori informazioni dall’inconscio collettivo.

La mia non vuole in alcun modo essere una teoria conclusiva sui déjà vu. Ho cercato solamente di condividere una posizione “ponte” tra i due approcci.

7 – Conclusioni

Non so quali conclusioni si possano trarre da un’analisi delle varie posizioni su un dato fenomeno. Certamente spero che il lettore non sia rimasto “super partes” e che, in base alle proprie esperienze personali, si sia rispecchiato maggiormente con una teoria piuttosto che con un’altra. Non esprimerò il mio parere personale per non influenzare il giudizio del lettore. Ogni lettore si senta libero di abbracciare una posizione. Lo scopo iniziale di scrivere un articolo completo sul fenomeno del déjà vu mi pare sia stato raggiunto. Siamo passati da una breve storiografia del fenomeno ad analizzare i due principali approcci; siamo poi arrivati ad un dialogo fittizio tra due buffi personaggi fuori dal loro contesto storico per approfondire la questione della prescienza e ci siamo infine chiesti se possa esistere una qualche posizione intermedia ai due approcci citati. Ho prestato parecchia attenzione alla cura delle note e delle letture consigliate, così che l’indagine del lettore non si fermi soltanto alla lettura di questo modesto articolo. Sarò felice di rispondere a delle domande se qualcosa non vi sia risultato chiaro (ammetto che a volte si è usato un lessico scientifico o filosofico ben lungi dall’essere semplicemente divulgativo). Inoltre, se ovviamente lo vorrete, mi piacerebbe sapere la vostra posizione sul fenomeno trattato. La sezione commenti è tutta vostra!

Non mi rimane che augurarvi un buon viaggio nel proseguire questo percorso verso la “Verità”.

Lupo Stefano

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