Sul monopolio delle emozioni e sulle catene della volontà

"Non diventare una macchina"
Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 7 gennaio 2019

Sommario

1 – La macchina umana

  • La costruzione di un clone
  • Le caratteristiche ideali di una non-macchina
  • Ecco come procederemo

2 – L’origine dell’uomo-chimico

  • È meglio il corpo o la mente?
  • La “costruzione” della nostra psicologia
  • Il suicidio del Sé
  • L’Emotional Core
  • L’immoralità delle “catene”

3 – Le catene visibili

  • Una dipendenza sottovalutata

4 – Le catene invisibili

  • Il ruolo dell’economia globale

5 – Ma come guadagna facebook?

  • Il colpo grosso del signor X

6 – Stai attento

  • Il nuovo lusso

7 – Su una teoria della mente

  • Il “tumore fenomenico”
  • Siamo generati per l’onniscienza
  • L’ultima frontiera evolutiva
  • Conferme empiriche sulla possibilità di un EC
  • Continuamente a rischio

8 – Sul linguaggio

  • Il ruolo dell’EC nell’intuizione
  • Gli ancoraggi emozionali

9 – Potere è volere?

  • Vogliono farci rimanere macchine
  • La resistenza

10 – Un appello alle generazioni future

1 – La macchina umana

E se ti dicessi che tu non sei altro che una macchina[1]? Una macchina maestosamente ordinata, sì, ma pur sempre una macchina. Come prenderesti questa affermazione? Probabilmente essa non ti scalfisce minimamente. Può darsi che tu “sappia” che sei qualcosa di più di una semplice macchina. Lo avverti nel profondo.

In una generica mattinata ti svegli e scegli cosa indossare per uscire da casa; esci e, ammirando il cielo, ripensi ad un felice ricordo della tua infanzia; mentre sei per strada ogni tanto rifletti tra te e te sul significato della vita. Non puoi essere semplicemente una macchina!

 

  • La costruzione di un clone

Immagina di costruire un computer sofisticatamente così simile a te. Un computer che ha la capacità di scegliere spontaneamente tra più opzioni, di accedere a ricordi passati, di introspezione che gli permette di riflettere su di sé. Immagina poi di aggiungergli “moduli informatici”[2] che gli permettano la comunicazione, l’intelligenza, la creatività, le esperienze fenomeniche[3]. Immagina di inserire tutti questi componenti in un corpo identico al tuo. Probabilmente penserai “Ma non è possibile costruire ciò con le odierne tecnologie!” e io ti rispondo “Non ancora”. La tecnologia e le neuroscienze stanno facendo così tanti passi da gigante che non è più così fantascientifico immaginare una situazione come quella appena descritta. Magari in futuro si scopriranno che questi risultati sono “tecnologicamente impossibili” eppure nulla li rende logicamente impossibili a mio avviso. E se qualcosa è degno di essere logicamente possibile, allora occorre dargli la giusta attenzione. Ora che esiste questa ipotetica macchina del tutto identica a te, immagina di trasferirgli pure tutti i tuoi “contenuti mentali”[4]. Immagina che all’improvviso sbuchi fuori il tuo coniuge e che cerchi di capire quale dei due individui, tra te e il tuo clone artificiale, sia veramente tu. Entrambi rispondete e vi comportate alla stessa identica maniera. Non c’è alcun criterio oggettivo per verificare chi sia il vero tu. L’unica differenza sta nella “sostanza”[5]: tu sei un essere biologico, lui è una macchina di silicio.

  • Le caratteristiche ideali di una non-macchina

Sei così sicuro di non essere pure tu una macchina? Insomma, se è logicamente possibile immaginare una macchina del tutto identica a te tranne che per la “sostanza”, allora forse dovremmo un attimo riflettere su cosa rende noi esseri umani delle “non-macchine”. In realtà credo che intuitivamente ci siano delle caratteristiche che distinguano una macchina da una non-macchina anche se queste caratteristiche non emergono dall’esempio che ho appena trattato. Solitamente si pensa che una non-macchina:

  1. È vivente; nel senso che ha un qualche sistema di autoconservazione sviluppatosi spontaneamente nel corso dei secoli
  2. Ha capacità di generare[6]
  3. Ha una qualche forma di libero arbitrio
  4. Ha esperienze fenomeniche
  5. È un essere intelligente
  6. Prova emozioni

Ebbene ad una prima vista sembra che un essere umano abbia tutte queste caratteristiche. Ma che diciamo riguardo al nostro immaginario clone artificiale? Egli:

  1. Si autodefinisce come un essere vivente. In effetti come è possibile tracciare una linea netta di distinzione tra la vita e la “non-vita”? Finora i nostri concetti di essere vivente[7] si basano sull’analisi di una maggioranza di organismi che sembrano avere delle caratteristiche in comune. Che diritto abbiamo di definire il nostro clone come un “non-vivente”? Immagiamo che egli abbia un istinto di sopravvivenza, che il silicio di cui è composto abbia assunto una qualche forma di “vivacità” e si auto-organizzi proprio come delle cellule biologiche. Forse il semplice fatto che esso non è un prodotto della natura ci dà il diritto di negargli la vita? Egli è un prodotto di un prodotto (l’essere umano) della natura. Invece che essere stato partorito da un essere biologico come siamo soliti immaginare, egli è nato dall’insieme di altri mezzi degli uomini quale l’intelletto, le conoscenze tecniche ecc. Egli è convinto di essere vivo e noi possiamo solo argomentargli contro ribadendo i nostri dogmi sulle definizioni di vita che ci siamo creati. Può questa essere una soluzione? Io non credo, forse dovremmo accordargli lo statuto di essere vivente
  2. Ha delle particolari particelle di silicio che possono generare un suo simile. Ancora una volta questo potrebbe essere “tecnologicamente impossibile”, eppure rimane logicamente possibile
  3. È libero tanto quanto noi. In fondo i filosofi oggigiorno dibattono ancora se l’essere umano abbia o meno una forma di libero arbitrio. Se questo clone avesse tutte le capacità funzionali di scelta che abbiamo noi cosa lo renderebbe meno libero di noi stessi?
  4. Giura di vivere delle esperienze fenomeniche dall’interno del suo “corpo” e tutto ciò sembra impossibile da verificare sperimentalmente, dobbiamo dunque credergli sulla parola (in effetti che motivi avrebbe per mentire sull’esistenza delle sue esperienze soggettive?)
  5. È almeno tanto intelligente quanto l’essere umano
  6. Dimostra di provare emozioni.

A questo punto che cosa rende davvero questo clone una macchina e noi una non-macchina? Non abbiamo una chiara idea di cosa sia la vita, né del fatto se abbiamo o meno libero arbitrio, né della natura delle esperienze fenomeniche. 1,3 e 4 dobbiamo per forza concedergliele. Solo perché non conosciamo sistemi di riproduzione al di fuori di quelli biologici non significa che il punto 2 non sia accettabile. Per quanto riguarda il punto 5 mi pare tanto chiaro quanto banale che l’intelligenza si fondi su capacità cognitive di inferenza e che è probabilmente la prima caratteristica che assumeranno i computer del futuro. Eppure, qualcosa non mi torna sul punto 6. Solo perché il robot agisce ad input esterni come se provasse delle emozioni “internamente” non possiamo concludere che egli possa davvero provare delle emozioni. Posso pure concedergli che egli abbia tutte le esperienze fenomeniche che abbiamo noi, ma credo che per quanto possa simulare, un robot (almeno in questo esempio), anche infinitamente sofisticato, non possa provare autenticamente delle emozioni[8]. E credo che sia questo l’unico punto su cui possiamo fare abbastanza leva per creare una netta distinzione tra macchina e non-macchina. Non può esistere una macchina emozionale[9] in quanto macchina + emozioni = non-macchina[10]. Si potrebbe notare come solo gli esseri umani sembrano provare delle emozioni complesse. In realtà, ciò è affermabile solo su di noi singoli. Io so di provare emozioni, ma non posso sapere se chi mi circonda non è altro che una macchina che simula emozioni. In particolare, faccio notare come tutte le specie viventi al di fuori di noi stessi possono in tal modo essere definite macchine. Eppure, per non cadere nel solipsismo darò per scontato che, dato che non ci sono profonde differenze strutturali tra me e gli altri uomini che mi circondano, gli altri esseri umani provino altrettante emozioni come le provo io[11].

  • Ecco come procederemo

Adesso, se il lettore condivide anche solo in parte il mio argomento, allora si sentirà sollevato nel sapere che esiste una qualche caratteristica che può distinguerlo da una macchina. Eppure, io non sarei così tranquillo se fossi al suo posto. Reputo infatti che ci siano prove schiaccianti sul fatto che gli esseri umani stiano sempre più diventando delle macchine e che il loro “provare emozioni autentiche” stia svanendo pian piano. Ed è di ciò che tratterò in questa mia pubblicazione.

Per chiarire il più possibile questa disastrosa consapevolezza che mi è arrivata farò per prima una riflessione su come siamo arrivati individualmente ad essere ciò che siamo nel presente, cercando di rispondere alla domanda: cosa rende te stesso te e non qualcun altro? Successivamente tratterò brevemente per due capitoli sulle dipendenze che ci rendono sempre “meno umani”. Il capitolo 5 è dedicato invece all’analisi di una messa in pratica della manipolazione mediatica. Nel capitolo 6 metto in guardia sulla nostra situazione di controllo mentale presente e su ciò che ci aspetta nel futuro prossimo. I capitoli 7 e 8 sono dedicati rispettivamente ad approfondimenti di carattere cognitivo e linguistico. Nel capitolo 9 delineo una mia teoria sullo sviluppo di un meccanismo di difesa anti-macchina. Concludo infine nel capitolo 10 con dei suggerimenti su una possibile svolta che possiamo prendere. Una svolta che può essere decisiva per le generazioni future. A chi volesse svolgere una lettura veloce consiglio di soffermarsi sui capitoli 5-6 e 9-10 che consistono rispettivamente nel nucleo centrale dell’argomentazione e nell’analisi delle sue conseguenze.

[1] Il termine macchina ha numerosi significati e spesso viene usato fin troppo genericamente. In questa ricerca mi riferirò al termine con il significato di “sistema artificiale che elabora informazioni”.

[2] Sto immaginando la costruzione della “mente” di questa macchina come un insieme di moduli cognitivi funzionali. Per una teoria sulla modularità della mente umana vedi Fodor (1983).

[3] Per esperienze fenomeniche intendo la visione soggettiva (“dall’interno”) di una data esperienza.

[4] Non solo tutte le tue facoltà psichiche, ma mi riferisco ad una specie di “backup mentale” che copi credenze, carattere, ricordi ecc.

[5] Senza alcuna presunzione metafisica qui intendo semplicemente la materia prima di cui si è “formati”.

[6] Anche se la riproduzione è uno dei “requisiti scientifici” per la vita, data l’estrema rilevanza di questo aspetto, ho reputato necessario dedicare un punto a sé stante al fenomeno della generazione.

[7] Basati su: omeostasi, metabolismo, crescita, interazione, riproduzione e adattamento.

[8] Con ciò non sto affermando che non sarà mai possibile creare un robot che abbia autentiche emozioni, ma semplicemente che, se ci riuscissimo, esso non sarebbe più un robot macchina, ma una vera e propria non-macchina.

[9] Non nel senso che non può simulare emozioni, ma che non le può provare realmente.

[10] SI potrebbe obiettare che il mio argomento sia costruito ad-hoc su una semplice riformulazione linguistica della parola “non macchina”, per rispondere a questa obiezione rimando al capitolo 7 in cui dimostro come esistano dati scientifici che confermano la centralità delle emozioni nel sistema mentale umano.

[11] Non trattando in questa ricerca di solipsismo occorre in un qualche modo dare la sua confutazione per scontata. Per approfondimenti sul solipsismo rimando a Carnap (1928).

2 – L’origine dell’uomo-chimico

  • È meglio il corpo o la mente?

Che cosa siamo noi essenzialmente?[1] Difficilmente potrà esistere, anche in un futuro lontano, una risposta esaustiva a questa domanda, tuttavia possiamo in questo luogo accontentarci della risposta alla domanda “Che cos’è che riconoscono gli altri in noi per giudicarci sempre come la stessa identica persona?”. In poche parole ci stiamo chiedendo perché quando mi sveglio la mattina chi mi conosce mi chiama con lo stesso nome e riconosce il me del presente come una continuità del me del passato. Probabilmente chi mi circonda riconosce in me la stessa continuità fisica. I nostri genitori guardandoci giorno dopo giorno non notano consapevolmente quei micro-cambiamenti del nostro corpo fisico e per questo ci riconoscono sempre come la stessa “persona”[2]. Tuttavia, reputo che questa soluzione vada bene solo in parte. Se infatti dovessi sfortunatamente rimanere sfigurato in un tragico incidente e, dopo una chirurgia plastica, mi vedessero i miei conoscenti, essi mi riconoscerebbero? Sicuramente molti di loro rimarranno traumatizzati nel vedere quel brusco cambiamento fisico, eppure, dopo un po’ di tempo, accetterebbero la mia identità di ora come una continuità dell’identità che avevo prima dell’incidente. Questo perché riconoscerebbero nel mio carattere una certa continuità.

Finché gli altri riconoscono in noi continuità fisica o continuità psicologica per loro rimarremo sempre la stessa persona. Ma cosa è più importante: la fisicità del corpo o l’insieme delle nostre caratteristiche psicologiche? A mio avviso entrambe hanno la loro importanza, ma i caratteri psicologici hanno una rilevanza maggiore. Immaginiamo di effettuare su di noi un trapianto di cervello. Il mio cervello va nel corpo di Y e il cervello di Y va nel mio corpo X. Dopo l’operazione, un nostro conoscente sarebbe più propenso a riconoscere noi stessi nel nostro vecchio corpo X con il cervello di Y o nel corpo di Y con il nostro cervello? Reputo che per quanto possa essere difficile questo “trauma” di riconoscimento da parte di un nostro conoscente, egli dia più importanza ai caratteri psicologici e ci riconoscerebbe nel corpo di Y. Siamo noi che semplicemente abbiamo cambiato corpo! Questa situazione può essere vista come un caso estremo dell’esempio della trasfigurazione corporea causata dall’incidente.

 

  • La “costruzione” della nostra psicologia

Appurata l’estrema importanza della nostra psicologia, almeno per quanto concerne una parte di “ciò che siamo essenzialmente”, analizziamo ora come essa si “costruisce” nel corso degli anni. Fino all’età adulta siamo essenzialmente il frutto dell’educazione dei nostri genitori/tutori con il contributo delle persone che frequentiamo maggiormente. Per la formazione della personalità pare decisiva la fase dai 2 ai 6 anni (la cosiddetta “seconda infanzia”) ed è proprio la costante presenza dei genitori/tutori in questa fase che ci rende psicologicamente condizionati dagli “indottrinamenti” genitoriali. Accumuliamo credenze su credenze, dogmi su dogmi: dalla morale della famiglia alle regole impartiteci dagli istituti d’istruzione frequentati. Il risultato è ritrovarsi alla fine dell’adolescenza con una psicologia costruita da chi ci circonda. Eppure non per tutto è così.

Abbiamo dei “caratteri matriciali” che manifestiamo fin da neonati e che sembrano essersi formati indipendente dai condizionamenti esterni. Questo carattere di base è dovuto a una particolare configurazione dei neurotrasmettitori e degli ormoni che, a loro volta dipendono dal nostro DNA. Dunque: DNA diversi = configurazioni diverse (anche se tutti rientrano in un certo range biochimico). È su questo che si basano le teorie dei tipi psicologici[3]. Pare dunque che ciò che ci caratterizza più nel profondo sia il DNA e, in un livello superiore, la chimica che ne deriva.

Siamo chimica. È per questo che ho coniato il termine di uomo-chimico.

“A livello biologico, la macchina biologica umana è una fabbrica chimica simile a tante, funzionante sulla base delle stesse leggi chimiche. È regolata da piccolissimi impulsi elettrici che scorrono attraverso il sistema mio-neurologico, cioè i muscoli ed i nervi”[4].

 

  • Il suicidio del Sé

In effetti gli psicofarmaci usati nelle terapie psichiatriche vanno ad interferire con i neurotrasmettitori o con gli ormoni ed è proprio ciò che aiuterebbe il paziente a “guarire”. “Cambiamogli carattere matriciale e tutti i “bug” ad esso associati verranno meno!” Sembra un’idea forzata, ma reputo logico che l’assunzione di sostanze esterne che vadano a modificare i nostri equilibri neuro-chimici “uccidano” un vecchio sé sostituendolo con uno nuovo. È semplicemente una maniera innovativa per far suicidare il carattere matriciale. Tutto ciò che influenza dunque questa nostra chimica “intima” è in grado di modificare chi siamo davvero.

 

  • L’Emotional Core

Tuttavia, noi non notiamo il carattere matriciale, non abbiamo fin dalla nascita una tabella che illustri i nostri valori ottimali degli ormoni e dei neurotrasmettitori, notiamo invece ciò che per primo deriva macroscopicamente da questo carattere matriciale: il nostro nucleo emozionale (EC, Emotional Core). Esso è una struttura mentale primaria che regola ogni risposta emotiva inerente agli input che riceve. In poche parole, è il nostro puro e vero carattere individuale. Tutto ciò che modifica l’Emotional Core, modifica noi stessi. L’Emotional Core è ciò che ci rende delle non-macchine capaci di farci provare le esperienze fenomeniche autentiche correlate alle emozioni. Gli psicofarmaci interferiscono sulla chimica del carattere matriciale e dunque modificano il nostro Emotional Core.

 

  • L’immoralità delle “catene”

Reputo che, finché esso viene modificato per motivazioni “sensate” (quali la cura di una patologia psichica), allora ciò è da reputare come un atto morale. Al contrario, reputo altamente immorale, ingiusto e da condannare qualsiasi modifica dell’Emotional Core per scopi secondari che interessano a persone esterne alla persona coinvolta. Chiamo queste modifiche immorali “catene” in quanto ci rendono schiavi di qualcosa che non siamo e, in casi estremi, è possibile che l’Emotional Core venga talmente tanto modificato da renderlo “meccanizzato e prevedibile”; ciò ci farebbe passare da uno stato di non-macchine ad uno stato di macchine. Nei prossimi due capitoli analizzerò le due principali tipologie di “catene” che ho individuato.

 

[1] Per un approfondimento sul tema dell’identità personale si guardi Parfit (1989).

[2] Non volendo entrare in merito alla disputa sul concetto di “persona” darò per scontato il concetto delineato da Frankfurt (si tratta di una ripresa di Locke). Per approfondimenti si guardi Frankfurt (1999)

[3] Per una prima teoria si guardi Jung (1921)

[4] E.J. Gold ne “La macchina biologica umana” (1999)

3 – Le catene visibili

Per catene visibili intendo tutte quelle sostanze chimiche sintetiche o naturali che modificano il nostro Emotional Core. Solitamente si tratta di farmaci o di droghe più o meno legali. Si passa dalla caffeina all’ayahuasca, dall’alcol al cioccolato. Sono davvero poche le sostanze esterne che assumiamo che non interferiscono minimamente con l’Emotional Core. L’acqua è una di queste sostanze. Anzi, essa è capace di depurare dai sovraccarichi biochimici dovuti a queste sostanze tossiche per la nostra vera personalità. Vediamo i principali effetti delle catene visibili più in voga:

  • Sostanze psicotrope comuni: caffeina, nicotina e alcol. Le prime due agiscono come stimolanti creando un “picco emozionale” a breve termine che porta ad un successivo abbassamento delle principali facoltà psichiche. Dopo un po’ di assunzione costante, la nostra biochimica si autoregola come se di regola prendessimo quella sostanza in quel dato momento[1]. In questa maniera le nostre facoltà rimangono latenti fino alla loro attivazione da parte dell’ingerimento della sostanza. L’alcol invece è in grado di agire sia come energizzante che come ansiolitico e di norma ha effetti molto più imprevedibili. La dipendenza da alcol si acquista più lentamente, ma ha effetti maggiormente decisivi sull’Emotional Core
  • Farmaci ad azione ansiolitica, antidepressiva o psicostimolante: gli ansiolitici (in cui inserisco anche la cannabis) agiscono nel breve termine ed è molto probabile che fin dai primi usi costanti si sviluppi una dipendenza. In questo caso l’effetto è opposto agli stimolanti già citati. Gli antidepressivi agiscono a livello biochimico a distanza di due settimane e modificano lentamente gli equilibri del nostro Emotional Core facendolo tramutare completamente. La loro dipendenza è molto più rara dato che agiscono in tempi prolungati, i loro effetti sono però determinanti per la personalità. Riguardo agli psicostimolanti il discorso è quasi analogo agli già citati stimolanti quali caffeina e nicotina
  • Sostanze stupefacenti: qui gli effetti per la personalità sono determinanti sia nel breve che nel lungo termine

 

  • Una dipendenza sottovalutata

Un caso a parte da analizzare è il glucosio. Occorre notare che il cervello ha un sistema di protezione che evita di far entrare in contatto i neuroni con qualsiasi sostanza non desiderata. Le sostanze in generale raggiungono il liquido cerebrospinale e, per raggiungere i neuroni occorre un’azione svolta dal cervello per portare le sostanze “al di là” del liquido. Il lettore può immaginare il liquido come un fiume; da un lato c’è il mondo esterno e dall’altro il misterioso mondo del cervello. Per evitare qualsiasi contaminazione il “mondo del cervello” ha delle barche specifiche che trasportano dei passeggeri speciali da un lato all’altro della sponda del fiume. Queste “barche”[2] fanno passare solo 3 tipologie di passeggeri: il glucosio, l’ossigeno e la DMT[3]. Da notare che il cervello “fatica” per nutrirsi: pur di rimanere protetto svolge ruolo attivo per procurarsi i suoi alimenti necessari. L’ossigeno lo otteniamo respirando e il glucosio attraverso l’alimentazione, tuttavia, mentre non è possibile sopravvivere senza respirare per pochi minuti, l’alimentazione è molto più “elastica”. In realtà, pare possibile sopravvivere a 21 giorni senza cibo[4] prima che l’autofagia intacchi gli organi vitali[5].

Ma allora perché mangiamo ogni giorno, più volte al giorno?

La motivazione è che generiamo riserve di glucosio continuamente, così che il cervello rimanga “sereno”. La verità è che il nutrirsi così frequentemente, nella maggior parte dei casi, è del tutto opzionale e anzi può diventare una catena. Il cibo crea dipendenza ed è in grado di agire sul nostro Emotional Core.

 

[1] La caffeina si registra nel nostro orologio biologico, modificandolo. Il lettore lo può provare su sé stesso notando la sensazione di spossatezza nell’orario in cui solitamente si assume caffeina.

[2] Si tratta di proteine.

[3] Sul ruolo della DMT si legga “DMT – La molecola dello spirito” di Strassman (2014).

[4] Per approfondimenti si legga “La filosofia del digiuno” di Purinton (2013).

[5] Le statistiche sono in realtà soggettive. I dati esposti si riferiscono a delle medie statistiche.

Video esclusivo di una buffa macchina in azione

“Ti sembro una macchina?”

4 – Le catene invisibili

Molto più pericolose e subdole sono le catene invisibili. Mi riferisco con questo termine a tutti quei meccanismi di condizionamento non fisici che modificano in maniera “invisibile” la nostra personalità. Solitamente si tratta di indottrinamenti inconsci programmati.

Mentre nel caso delle catene visibili noi abbiamo una qualche forma di consapevolezza delle dipendenze, in questo caso il pericolo sta proprio nella non consapevolezza. Ogni volta che si guarda la televisione si stanno accumulando catene invisibili, lo si fa ogni volta che si usa uno smartphone, ogni volta che ci si lascia persuadere da una pubblicità o da un venditore.

  • Il ruolo dell’economia globale

L’economia si basa per la maggior parte sulla potenza e sulla difficoltà di tracciabilità delle catene invisibili. Siamo dipendenti dalle ideologie della massa supervisionata dai mass media (il cosiddetto pensiero prevalente), siamo dipendenti dalla mania di condivisione sui social network, siamo dipendenti dall’acquisto di oggettistica varia nei periodi di saldi. Ma la cosa davvero immorale e pericolosa è che tutti questi condizionamenti inconsci modificano radicalmente e nel livello più profondo il nostro Emotional Core. Proviamo eccitazione nel condividere un post, proviamo soddisfazione dall’acquisto di un qualsiasi oggetto materiale. La nostra nozione inconscia di felicità ruota tutta attorno ad indottrinamenti esterni. E, se nel caso delle catene visibili per liberarsene basterebbe togliere la sostanza coinvolta dalla dipendenza, in questo caso il processo è talmente sottile che la liberazione da catene invisibili, se svolta troppo in fretta, potrebbe portare a patologie psichiche davvero gravi[1]. Siamo qua su un terreno molto delicato e per mostrarlo illustrerò nel prossimo capitolo un esempio del più potente processo di indottrinamento inconscio degli ultimi decenni: l’algoritmo di marketing di facebook.

[1] Sono i cosiddetti “meccanismi di difesa” enunciati da Gold nel già citato libro.

5 – Ma come guadagna facebook?

Facebook può essere considerato a tutti gli effetti il padre dei social network moderni. Esso è riuscito in pochissimi anni a raggiungere una popolarità incredibile entrando nella “cultura” popolare in maniera radicale. Oggi, Mark Zuckerberg è l’ottavo uomo più ricco del mondo. Ma, se facebook è gratis, allora come ha fatto il caro Mark a guadagnare tutti questi miliardi? “Con le pubblicità!” risponderebbe qualcuno. “Inesatto” ribatto io. Quante volte avete cliccato sulle pubblicità di facebook effettuando concretamente un acquisto? Io pochissime volte. L’ipotesi delle pubblicità non regge a pieno. Questo perché i suoi introiti sono davvero bassi. Il vero business di facebook si basa su due fonti: vendita di dati personali + indottrinamenti inconsci. Non è difficile trovare delle prove di casi in cui facebook è stato pagato per fornire in maniera del tutto “legale” i dati e i tracciamenti di profili privati. Ma la questione davvero spinosa riguarda l’algoritmo di generazione di condizionamenti.

  • Il colpo grosso del signor X

Immaginiamo di essere i proprietari di una multinazionale, di chiamarci “signor X” e di dover il prossimo anno immettere nel mercato un prodotto (Y) decisivo per il futuro della nostra industria. Abbiamo chiesto consigli al nostro manager e lui ci ha fissato un colloquio con tizio sconosciuto, un certo Mark Zuckerberg. Simuliamo un dialogo verosimile:

X: “è davvero possibile instillare nella mente di qualcuno il desiderio di acquistare il nostro prodotto?”

Mark: “Non solo è possibile farlo, ma è possibile perfino avere dei numeri esatti”

X: “Lei mi sta dicendo che se io le chiedo di trovarmi 1000 clienti certi, lei me li troverà?”

M: “Io non li troverò, io li genererò

X: “Di cosa sta parlando?”

M: “Fino a qualche anno fa gli esperti di comunicazione e di psicologia mi avrebbero preso per matto se gli avessi affermato che posso controllare la mente delle masse senza che loro ne siano consapevoli”

X: “Sta dicendo che ciò è oggi possibile?”

M: “È possibile ed è già stato attuato più volte. Non mi credevano quando affermavo di poter categorizzare tutta l’umanità”

X: “Come si fa ad inserire quasi l’intera umanità, composta da persone tanto diverse l’una con l’altra, all’interno di alcune categorie prestabilite?”

M: “Semplice: elimino le diversità! Attraverso processi di indottrinamenti inconsci accompagno dolcemente la mente delle persone attraverso delle credenze comuni; in modo da appiattire drasticamente le diversità e inserire quelle persone all’interno di alcune categorie funzionali”

X: “E da qui come si può generare clienti?”

M: “Una volta che le persone sono state rieducate nelle loro credenze, basta trovare qual delle nostre categorie è quella che reagisce di più verso il prodotto Y e, successivamente, si passerà ad indottrinarli verso un desiderio di acquisto. In questo modo potrà generare delle campagne pubblicitarie mirate a chi ha già in latente il desiderio di acquisto di Y. Ed allora… è come risvegliare uno squalo dormiente che tu stesso hai messo nel loro cervello; aggressivamente si dirigeranno verso l’acquisto. Tutto ciò è statisticamente provato”

X: “Ecco come fa ad essere così ricco… Signor Zuckerberg, consideri l’affare fatto!”

Ammetto che alla fine di questo dialogo il tutto può sembrare inserito all’interno di una cornice di complottismo, ma basta fare due conti e quattro ricerche per verificare che quelle che ho esposto sono versioni divulgative della genialità dell’algoritmo di marketing di facebook. Per verificarlo superficialmente, basta iniziare una campagna pubblicitaria e vedere quanto funzionino bene le categorie di facebook. Catene invisibili. Ecco con cosa abbiamo a che fare.

6 – Stai attento

Ricollegandomi alla seconda fonte di guadagno di facebook (la vendita e la tracciabilità di dati di profili privati) non posso non trattare dei casi Google ed Amazon. Google, dopo essere stata surclassata dall’algoritmo di marketing di facebook, continua a guadagnare miliardi dalla vendita di informazioni a “partner commerciali”. Per la maggioranza dei casi, questi partner sono servizi segreti governativi. Internet è un dominio di Google. Quando si fa una ricerca la si fa su Google; se si deve salvare foto o documenti si usa drive (altro servizio Google); se si deve navigare online si usa chrome (ancora Google); ma soprattutto: Google ha un potere enorme sugli smartphone. Il suo sistema operativo proprietario (android) è una fonte inimmaginabile di informazioni.

 

  • Il nuovo lusso

Sì: la privacy è un optional, anzi è il nuovo lusso. E questa situazione è destinata soltanto a peggiorare. Sono infatti in arrivo dispositivi voice first quali Alexa e Google Home che tracceranno nel corso dei prossimi anni ancora più dati dei nostri smartphone android. Nei prossimi 2 anni il 70% della popolazione mondiale avrà a casa un dispositivo voice first. Una spia audio che traccia continuamente ogni conversazione svolta a casa. Il lettore potrà vedere con che insistenza le pubblicità di Amazon e di Google faranno campagne di condizionamenti per il monopolio di questo nuovo mercato. Successivamente, la guerra si sposterà sui sistemi operativi delle automobili, per poi finire sui micro-dispositivi indossabili. Il lettore sia consapevole nel mezzo di quale guerra si trovi. Rifletti: sei tu la merce di scambio in questa guerra delle informazioni.

7 – Su una teoria della mente

È arrivata l’ora di finire l’analisi di speculazioni future e di dinamiche di mercato per verificare i dati scientifici su cui si basa la teoria esposta secondo cui: ciò che fa di un essere una non macchina è il possedere un Emotional Core. Aggiungo che l’Emotional Core deve essere libero da catene visibili e invisibili[1]. Chiamerò questa teoria “La teoria dell’emozionalità della macchina” (o MET, Machine Emotional Theory).

“Le credenze sono come il respiro: ti accorgi di averle avute solo una volta che non le hai più.”

Stephen Wolf

Come affermava il poeta Valéry: “I nostri cervelli servono a produrre un futuro”. Credo infatti che la causa per cui l’evoluzione abbia all’improvviso introdotto nelle macchine organiche (tutti gli animali) un Emotional Core sia stato il suo incredibile potere di prevedere eventi futuri con delle intuizioni mai viste prima nel mondo naturale. Huron afferma “The brain is an anticipation machine and emotions are “motivational amplifiers” that encourage organisms to pursue behaviours that are normally adaptive, and to avoid behaviours that are normally maladaptive”[2] (il cervello è una macchina anticipatoria e le emozioni sono “amplificatori motivazionali” che incoraggiano gli organismi a ricercare credenze che sono normalmente adatti, e ad evitare credenze che sono normalmente disadatte).

  • Il “tumore fenomenico”

Il nostro Emotional Core, rispondendo emozionalmente, ci permette di generare le credenze più adatte alla nostra sopravvivenza. In questo senso un Emotional Core inibito sarebbe un “tumore fenomenico” per la specie umana. Significherebbe infatti rendere vani gli sforzi della natura nel donarci uno strumento così tanto potente. Possiamo definire la credenza come un “affidamento a un fatto sul mondo”. Se ho una data credenza, di fronte ad un input agisco con un determinato output. Le credenze sono alla base di ogni comportamento. Nel modello cognitivo JITSA (Just-In-Time Spreading Activation) gli stimoli esterni ci arrivano dagli schemi di concetti pertinenti basati su probabilità passate dell’evento; in questo modo, abbiamo un’anticipazione di ciò che può accadere nelle sue alternative più probabili (tutto ciò avverrebbe così velocemente che a noi sembra essere arrivata in mente semplicemente un’unica idea).

  • Siamo generati per l’onniscienza

In sintesi: di fronte ad una situazione, il nostro cervello elaborerebbe la reazione in base a cosa sia più probabile che accada. E questo concetto di probabilità si basa interamente sulle credenze generate dal nostro Emotional Core. In questo modo il cervello attiverebbe le giuste aree e prevedrebbe le giuste cause. Se cancellassimo ogni catena mentale e accumulassimo solo credenze esatte, il nostro cervello diverrebbe un demone di La-Place; un essere in grado di prevedere qualsiasi evento. Il nostro Emotional Core sembra stato progettato per prevedere e, in questo senso, ogni catena, ogni dipendenza, diverrebbe un ostacolo al vero potere dell’onniscienza che sembra situato in potenziale nel nostro cervello. Come giustamente afferma Dennett: “The emotions are rational, but the system is a heuristic driver of behaviour that operates on incomplete information; so we must accept that emotions will fail us in some ways, such as overreation and addictions, that are irresolvable”[3] (Le emozioni sono razionali, ma il sistema è un conduttore euristico di credenza che opera su informazioni incomplete; dunque dobbiamo accettare che le emozioni ci faranno sbagliare in qualche modo, ad esempio con una reazione eccessiva e con dipendenze, che sono irrisolvibili).

Ogni nostra tipologia di errore deriva da informazioni incomplete, da credenze errate, da catene dell’Emotional Core. È essenziale agire su ciò per essere davvero noi stessi. Sempre Dennett definisce magistralmente così una credenza: “A cognitive behaviour is a mental function: an intentional (in the casual sense of the term) change of intentional (in the philosopher’s sense of the term) states. It restricts the possible future states of the neural dynamics” (Una credenza cognitiva è una funzione mentale: un cambiamento intenzionale (nel senso causale) cambia stati intenzionali (nel senso filosofico del termine). Essa restringe i possibili stati futuri della dinamica neuronale). La visione di restringimento delle dinamiche neuronali è il miglior modo per vedere come agisce empiricamente una credenza.

  • L’ultima frontiera evolutiva

Il potere dell’Emotional Core sarebbe tanto importante quanto la sopravvivenza delle specie. Gopnik mostra infatti i paragoni con la sessualità: “Again, the analogy to sexual drives should be obvious. Nature ensures that we do something that will be good for us (or at least our genes) in the long run, by making it fun (or at least compelling) in the short-run” (Ancora una volta l’analogia su conduttori sessuali dovrebbe essere ovvia. La natura si assicura che noi facciamo qualcosa che sarà buono per noi (o almeno per la nostra specie) a lungo termine, rendendo questa cosa divertente (o almeno avvincente) nel breve termine). L’implementazione dell’Emotional Core sembra essere stata, sotto questo punto di vista, uno degli ultimi passi decisivi per l’evoluzione. Grazie ad esso, noi siamo l’ultima frontiera dell’evoluzione. Ed essendo gli unici esseri biologici ad avercelo così complesso si comprende la profonda differenza tra noi e il resto delle specie viventi. Potrebbe seguire un’analisi sui caratteri unici della specie umana correlandoli all’Emotional Core, ma per non inserire una digressione all’interno di un’altra digressione andrò dritto al punto.[4]

  • Conferme empiriche sulla possibilità di un EC

La tripartizione della mente umana (cognizione, motivazione ed emozione) esposta da numerosi scienziati cognitivi sembra dover dare un maggior rilievo alla parte emozionale e riconoscerla come un nucleo da cui derivano le altre due parti. Questo nucleo agirebbe attraverso processi computazionali discreti (come conferma il rumore neuronale di fondo di circa cento picometri[5]) generando delle credenze. Esse a loro volta sono un pilastro portante per ciò che concerne la nostra identità psicologica. Sempre Dennett sembra darmi ragione in 2 punti; egli afferma: “We submit that the epistemic emotions[6] do not simply encourage us to use our reasoning; they control it. […] Higher cognition in its many forms- what it means to think like a human- is simply that chasing of the pleasures and the avoidance of the pains that are supplied by this eclectic group of cognitive, but of course ultimately neurobiological, emotions” (Noi affermiamo che le emozioni epistemiche non ci incoraggiano semplicemente ad usare la nostra ragione; esse la controllano. […] La cognizione superiore nelle sue molteplici forme – cosa significa pensare come un essere umano- è semplicemente il perseguire i piaceri e l’evitare i dolori che sono forniti da questo eclettico gruppo di emozioni cognitive, ma certamente in fin dei conti biologiche).

  • Continuamente a rischio

Se la MET fosse esatta, ciò significherebbe non solo che le ricerche su una IA[7] forte dovrebbero prendere una piega differente (basandosi su un Emotional Core a computazione[8]), ma che ciò che siamo realmente nel profondo è ogni giorno a rischio. Le continue catene visibili ed invisibili sono delle pugnalate che infliggiamo a ciò che siamo realmente.

Viene spontaneo chiedersi: “Per quanto ancora le modificazioni dell’Emotional Core saranno reversibili?”. Che la MET sia esatta o meno, sarebbe sempre meglio essere autentici e difendere la propria integrità, sia questa dovuta a catene che modificano l’Emotional Core o a qualsiasi altro fenomeno. Resta tuttavia innegabile che le dipendenze e gli indottrinamenti sembrano farci prendere delle azioni che “non derivano da noi”. Come ciò sia tecnicamente possibile lo si vedrà nel corso del prossimo capitolo.

[1] Altrimenti si ha a che fare semplicemente con l’Emotional Core di un’altra persona, con un’altra personalità che non è la nostra autentica.

[2] Huron “Sweet anticipation – Music and the psychology of expectation” (2006)

[3] Per tutte le citazioni rimanenti del capitolo si guardi Hurley, Dennett e Adams “Inside Jokes: using humor to reverse-engineer the mind” (2013)

[4] Basta notare come sia davvero difficile l’esistenza di un carattere specifico della specie umana che non coinvolga credenze, emozioni o altro che può scaturire da un Emotional core.

[5] 10-12

[6] Per emozioni epistemiche si intendono le emozioni che concernono le credenze.

[7] Intelligenza Artificiale

[8] È la direzione che sembra prendere il ramo dell’Affective computing.

8 – Sul linguaggio

Hai mai riflettuto sull’importanza delle parole con cui ci esprimiamo tutti i giorni? Dietro l’uso di una parola si nasconde una credenza profondamente radicata. Il lessico che usiamo quotidianamente può dirci parecchie cose sulla nostra psicologia. Ogni professione ha la sua nicchia semantica: un lessico, per lo più tecnico, che meglio sa donare autenticità al ruolo che si interpreta. Lo stesso discorso vale per i gerghi giovanili. Nella rappresentazione fodoriana le parole codificano concetti mentali che sono elementi di un linguaggio del pensiero (sistema di rappresentazione). Esse danno accesso a:

  • Proprietà lessicali del termine associato al concetto;
  • Contenuto logico (ruolo dei postulati di significato);
  • Informazioni enciclopediche sulle entità che cadono nell’estensione del concetto.

A quanto pare, le parole ci danno un parziale accesso a quelle credenze instillate nelle nostre menti dall’Emotional Core. Per ricollegare la linguistica alla MET ci viene in aiuto ancora Fodor[1]; egli afferma che i sistemi cognitivi si dividono in input modulari e in sistemi centrali non modulari che controllano l’intero processo decisionale. Immaginiamo l’esempio in cui due amici si incontrano per strada e hanno la seguente conversazione:

A: “Dove si trova C?”

B: “è rimasto a casa”

Anche se B non ha specificato in quale casa è rimasto C, la nostra mente ci fa intuire che si tratta della sua casa (la casa di C!). Tutto ciò può sembrare banale, eppure esistono studi approfonditi su come il nostro cervello riesca a fare delle inferenze su ciò che non viene detto esplicitamente in un enunciato. In questo caso il nostro cervello ha prodotto un’interpretazione pragmatica. Esso si è sforzato di far combaciare la risposta di B con ciò che è più “veritiero”.

 

  • Il ruolo dell’EC nell’intuizione

Ciò che interessa a noi è Sperber[2] il quale ha affermato che nelle interpretazioni pragmatiche (come quelle nell’esempio sopra esposto) il nostro sistema cognitivo non fa veri e propri calcoli, esso utilizza livelli fisiologici di futuri effetti cognitivi (pattern di attività chimica/elettrica in aree specifiche). Dunque il “calcolo” per l’interpretazione è un fenomeno cognitivo che avviene attraverso meccanismi non cognitivi. L’Emotional Core sembra essere un ottimo candidato come meccanismo non puramente cognitivo. In particolare, sto affermando che anche l’intuizione (la capacità insieme all’ironia più tipica della specie umana) è derivante dall’esistenza di un Emotional Core.

“Secondo i cabalisti noi siamo causa di tutto ciò che accade nel mondo: pensieri generano parole, parole generano azioni, azioni generano emozioni e le emozioni rappresentano l’energia che muove il mondo”

Raffaele Tovazzi

  • Gli ancoraggi emozionali

Dopo aver speculato sulle possibili correlazioni tra la MET e il linguaggio umano vediamo come le catene invisibili agiscono sull’Emotional Core attraverso il linguaggio. Sperber afferma che quando abbiamo davanti un interlocutore I, il nostro cervello può entrare in 3 differenti strategie interpretative:

  1. Ottimismo ingenuo: avviene quando assumiamo che I sia benevolo e competente;
  2. Ottimismo prudente: se crediamo che I sia benevolo, ma non necessariamente competente;
  3. Comprensione sofisticata: se crediamo che I non sia né necessariamente benevolo né necessariamente competente.

Generalizzando: quando parliamo con un amico o un familiare intimo agiamo secondo 1; quando siamo di fronte ad un conoscente agiamo secondo 2; quando siamo di fronte ad un estraneo agiamo secondo 3.

Si pensi al caso delle pubblicità. L’interlocutore dovrebbe venire recepito dal nostro cervello come una persona sconosciuta; in effetti non sappiamo chi abbia fatto quella pubblicità e anzi sappiamo che, chiunque egli sia, il suo intento è proprio quello di modificare le nostre credenze e di portarci ad una sorta di dipendenza della volontà esterna (acquistando il prodotto nella pubblicità, si presuppone). Le pubblicità, basandosi invece sugli effetti leva di ancoraggi mentali emozionali (collegando emozioni all’acquisto di un prodotto) e di ripetizioni dello spot a brevi e lunghe distanze, portano il nostro cervello a comportarsi secondo 1. In questa maniera la pubblicità bypassa ogni filtro mentale e ha pieno potere di influire sull’Emotional Core. In maniera ancora più veloce le pubblicità sui social network sfruttano le emozioni che proviamo nel guardare i contenuti altrui. In questa maniera, si collega inconsciamente l’interlocutore I dello spot pubblicitario con l’”amico” che ha pubblicato il contenuto. Ciò porta la nostra mente direttamene in modalità 1 e, ancora una volta, le catene invisibili si innestano.

 

[1] Per approfondimenti si guardi Bianchi in “Pragmatica cognitiva. I meccanismi della comunicazione” (2009).

[2] Sperber e Wilson in “Relevance. communication and cognition” (1986).

9 – Potere è volere?

“Ciò che porta problemi non è ciò che non sappiamo, ma ciò che siamo certi di sapere ma che è sbagliato”

Mark Twain

Finché non sappiamo qualcosa c’è sempre un rimedio, il vero problema inizia quando abbiamo instillato nella nostra mente una credenza errata. Smontare credenze non è infatti un processo così semplice. Socrate ci ha provato attraverso il suo metodo dialettico basato sulle domande, eppure oggigiorno chi ha maggior influenza sulla gente sembra voler fare tutt’altro che smontare credenze. Abbiamo visto come gran parte dell’economia mondiale ruoti attorno all’obiettivo di manipolare le nostre credenze e agire direttamente nel nostro Emotional Core[1]. Abbiamo viaggiato brevemente nei cunicoli di una probabile teoria della mente (la MET) e siamo arrivati alle conferme delle teorie linguistiche.

  • Vogliono farci rimanere macchine

Possiamo adesso tornare all’affermazione iniziale. Ho infatti affermato che una certa manipolazione dell’Emotional Core porterebbe le sue facoltà “superiori” all’inibizione, riducendolo a un meccanismo parecchio prevedibile. Facebook prevede statisticamente quanti clienti verranno generati. La prevedibilità si basa tutta su questa inibizione dell’Emotional Core. In questo caso gli esseri umani diverrebbero delle vere e proprie macchine. Se infatti macchina + emozioni= non-macchina allora umani non-macchine – Emotional Core = macchine (cioè, clienti meccanici prevedibili).

  • La resistenza

Credo che il volere sia una capacità che solo una non-macchina possiede. E per non rimanere una non-macchina è necessario un intrinseco potere di resistenza alle catene. È per questo che quasi provocatoriamente affermo che “potere è volere”. È solo questo nostro potere di resistenza che ci dà accesso alla capacità di volere. Solo successivamente alla nostra riaffermazione come non-macchine possiamo trasformare questo volere in un qualche potere pratico. Una non macchina che ha raggiunto il “potere è volere” sarà dunque in grado di agire secondo il “volere è potere”. Poiché sembra parecchio utopistico agire sulla generazione delle catene invisibili (che dipendono da “poteri” ormai troppo forti ed affermati, essenziali per l’economia globale), dobbiamo agire su due fronti:

  1. Eliminare le catene visibili: agendo prima di tutto sulle dipendenze da droghe abolendo caffè, farmaci[2], alcol e sperimentando per almeno 4 giorni un digiuno[3] di sola acqua per purificarsi dalle tossine in circolo e limitare la dipendenza inconscia da glucosio. Occorrerà inoltre agire su altre catene visibili che hanno un carattere più psicologico, ma che rimangono determinati in gran parte da noi. Come affermo (in maniera un po’ “mistica”) nel mio romanzo[4] occorrerà combattere la superbia con l’umiltà, l’avarizia con la carità, la lussuria con l’amore, l’invidia con la gioia, la gola con l’armonia, l’ira con la prudenza e l’accidia con la speranza.
  2. Agire sulle catene invisibili: occorrerà prima un periodo di purificazione da social network[5], televisione e opinioni comuni, attraversando un periodo di solitudine e meditazione in cui creare delle barriere di consapevolezza per i condizionamenti esterni. Per fare ciò occorrerà innanzitutto svuotarsi da ogni credenza e ricostruire il proprio “palazzo interiore” secondo l’autenticità del proprio Emotional Core e, solo successivamente, si potranno studiare i metodi di indottrinamento mediatici (la PNL ad esempio) per divenirne immuni e usarli a fini morali.

Solo così si potrà evitare di cadere nello stato di macchine.[6]

[1] Suggerisco di guardare il film d’animazione “Inside out” sotto lo sguardo di un possibile suggerimento sull’esistenza di un Emotional Core.

[2] Solo dopo aver avuto l’approvazione del medico.

[3] Rimando al libro già citato di Purinton.

[4] Si guardi: https://www.youcanprint.it/fiction-generale/origin-cronache-di-un-angelo-caduto-9788892644656.html

[5] Consiglio di visionare il progetto “Lightphone”, potrebbe essere un aiuto al digital detox. Per maggiori informazioni: https://www.thelightphone.com/

[6] Per dei consigli pratici e per un approfondimento più “spirituale” si guardi il già citato Gold.

10 – Un appello alle generazioni future

“Quando arriva la stagione di deporre le uova, la vespa Sphex costruisce un nido appositamente e va alla ricerca di un grillo che punge in modo tale da paralizzarlo senza ucciderlo. La Sphex poi trascina il grillo dentro al nido, deposita le uova accanto ad esso, chiude il nido e vola via, per non ritornarci più. In tempo debito, le uova si schiudono e le larve si cibano del grillo paralizzato, che non è deperito perché è stato tenuto in una sorta di congelatore delle vespe. Alla mente umana, l’elaborata organizzazione e l’apparenza di intenzionalità in questo comportamento danno un’impressione convincente di logica e di premeditazione – fino a che non si prendono altri dettagli in esame. Ad esempio, la consuetudine della vespa è di portare il grillo paralizzato al nido, di lasciarlo sulla soglia, di andare dentro a controllare che tutto vada bene, di riemergere e poi di trascinare il grillo all’interno. Se il grillo viene spostato di pochi centimetri mentre la vespa sta facendo la sua ispezione preliminare all’interno del nido, all’uscita dal nido lei sposterà il grillo alla soglia, ma non dentro, e poi ripeterà la procedura di entrare nel nido per vedere che è tutto a posto. Se il grillo viene di nuovo spostato mentre la vespa è dentro, lei di nuovo sposterà il grillo fino alla soglia e poi rientrerà per un controllo finale. La vespa non pensa mai di trascinare il grillo all’interno senz’altro. In una occasione, questa procedura è stata ripetuta per ben quaranta volte, sempre con lo stesso esito.”[1]

La vespa Sphex sembra ad una prima vista un essere intelligente, una non-macchina così come tanti animali molto più complessi. Eppure, mettendola alla prova, scopriamo i tristi limiti del meccanicismo della sua “mente”. Per quanto possa a prima vista sembrare complessa, alla fine la vespa Sphex rimane una macchina biologica.

E se gli esseri umani fossero nella stessa condizione? Le vespe non si accorgono di essere delle macchine, solo un essere esterno con capacità “superiori” può osservare sperimentalmente la meccanicità processuale. Allo stesso modo noi esseri umani potremmo non accorgerci mai di essere delle macchine affascinatamene complesse.

Secondo la Machine Emotional Theory che ho esposto, l’essere umano per diritto di nascita ha un Emotional Core che lo esclude dal dominio delle macchine. Eppure, alcune persone cercano in tutti i modi di inibire le nostre facoltà da non-macchine. Il pensare è una di queste “magiche” capacità. Se vogliamo essere autenticamente noi stessi dobbiamo essere pensatori liberi. Dobbiamo avere il coraggio di percorrere i passi di purificazione dalle catene invisibili. Solo allora possiamo riempirci di vera luce proveniente da noi stessi, di credenze generate da quel misterioso Emotional Core che ci rende tanto unici quanto responsabili di questo stupendo pianeta che dobbiamo custodire.

Le catene visibili e invisibili avranno sempre più piede libero nelle generazioni future, sia per la diffusione delle droghe che per le sempre crescenti innovazioni nel campo dell’indottrinamento mediatico. Io, da solo con questa pubblicazione, non posso cambiare il mondo. Eppure, reputo che le idee siano il virus più contagioso dell’umanità. In questa pubblicazione ho espresso un’idea. Un appello alle generazioni future nel riscoprire la luce che si nasconde dentro di loro. Un appello al coraggio, alla resistenza, all’azione, alla meditazione, al pensiero radicale dell’osare nell’agire di più. Il Branco Bianco è pronto per accogliere chiunque voglia essere parte attiva del mondo. Perché è insieme che si fa la differenza; è insieme che si può cambiare il mondo.

Lupo Stefano

 

[1] Wooldridge in “I meccanismi del cervello” (1963); estratto da http://www00.unibg.it/dati/corsi/24026/14093-05-6%20Fil%20Teor%202A%20dispensa.pdf.

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