Sul tempo dei filosofi

"Il perenne mistero dell'umanità"
Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 7 marzo 2020

Sommario

1 – Introduzione

  • Come procederemo
  • Ringraziamenti

2 – Ontologia temporale

  • Presentismo
  • Incrementismo
  • Erosionismo
  • Eternismo

3 – Il problema epistemico del presente

4 – Teorie della persistenza

  • Endurantismo
  • Perdurantismo
  • Exdurantismo

5 – Un nuovo modello temporale “ibrido”

6 – Conclusione

     

    1 – Introduzione

    Giulio Cesare esiste? Ci viene normale pensare che egli sia esistito nel “passato” e che ora lo ricordiamo solo grazie ai libri di scuola, ma siamo così certi che esista qualcosa come il “passato”?
    Ho fissato un appuntamento con John domani mattina. L’indomani ci viene spontaneo (a patto di non essere smemorati) andare al luogo dell’appuntamento. Ma questo John del presente che ora mi è davanti agli occhi è lo stesso John con cui ieri ho fissato l’appuntamento?
    Ho la mano sull’interruttore della corrente e sto osservando la lampadina spenta davanti a me. Premo l’interruttore e guardo la lampadina accendersi. In quell’istante in cui la vediamo accendersi ci verrebbe spontaneo affermare che “la lampadina si è accesa ora”. Eppure sono passati parecchi microsecondi da quando ho premuto l’interruttore avviando una lunga catena causale: la lampadina si è accesa, la luce è arrivata ai miei occhi, da lì viene dapprima stimolato il nervo ottico, poi il circuito nervoso che ha portato il segnale a varie aree del cervello tra cui quella predisposta a farci accorgere che la lampadina “ora” è accesa. Dovrei allora dire che la lampadina si è accesa un tot di microsecondi fa? In questo senso pare che tutto ciò che percepiamo sia già avvenuto un po’ di tempo fa. Tutto ciò diviene molto più intuitivo quando osserviamo stelle lontane anni luce da noi che si sono spente decine di anni fa. Queste considerazioni sembrano suggerirci che la struttura stessa della nostra percezione ci fa “vivere nel passato”. Ma che significa “vivere nel passato”? Cos’è dunque il presente?
    Affronteremo queste e altre domande nel corso della pubblicazione.

    • Come procederemo

    Trattandosi di una pubblicazione sull’introduzione della filosofia analitica del tempo, le considerazioni riguardanti la temporalità dal punto di vista fenomenologico non verranno qui elaborate. Mi riserberò di trattare tutto ciò probabilmente in una prossima pubblicazione.
    Tratteremo dapprima la questione dell’ontologia temporale (cioè la questione sulla realtà e la natura del tempo), esponendo le 4 teorie attualmente esistenti: presentismo, incrementismo, erosionismo ed eternismo. Seppur esistenti, non verranno trattate altre teorie “intermedie”, poiché l’attuale pubblicazione suole essere un’introduzione a questi argomenti.
    L’eternismo in particolare ci porterà a considerare se lo scorrere del tempo sia o meno un’illusione. A ciò viene data una risposta dalle A-teorie e dalle B-teorie che analizzeremo insieme.
    Svilupperemo poi il cosiddetto “problema epistemico del presente” (riguardante la certezza di “vivere nel presente”) a cui formuleremo delle possibili risposte.
    In seguito avremo a che fare con le teorie della persistenza che cercano di rispondere alla domanda che ci siamo posti prima: In che senso John del presente è lo stesso John di ieri?
    Successivamente a ciò, faremo delle considerazioni generali per cercare di unire e collegare in qualche modo l’ontologia temporale alle teorie della persistenza.
    Una volta che il lettore avrà un’infarinatura della filosofia analitica del tempo, mi accingerò a sviluppare una teoria innovativa che ha ancora, a mio parere, troppo poco riscontro nella comunità mondiale dei filosofi e che implementerò con le speculazioni di David Chalmers esposte nel capitolo 8 del suo libro intitolato “La mente cosciente”.

    • Ringraziamenti

    Ringrazio i miei colleghi Thomas Pesatori e Matteo Bertolazzi per gli spunti e i materiali riguardanti l’argomento. Un ringraziamento speciale va al professor Giuliano Torrengo, fondatore e coordinatore del “Center of Philosophy of time” dell’Università di Milano e a Samuele Iaquinto, coordinatore aggiunto dello stesso Centro. Buona parte di questa pubblicazione (esclusa la teoria finale) è una rielaborazione del primo capitolo del loro libro dal titolo “Filosofia del futuro”, libro che consiglio vivamente a chi fosse interessato ad approfondire la metafisica, la logica, l’etica del futuro e i viaggi nel tempo (in particolare nel futuro; per i viaggi nel tempo in generale si veda il libro del prof. Torrengo dal titolo “I viaggi nel tempo. Una guida filosofica”).

    2 – Ontologia temporale

    • Presentismo

    Il presentismo afferma che non esiste né il passato, né il futuro. Tutto ciò che esiste è unicamente il presente. Dunque, per un presentista, tutto ciò che è esistente è, per forza di cose, anche presente. Lo scorrere del tempo modifica continuamente la realtà nella sua interezza. Inoltre, il tempo ha una natura radicalmente diversa dallo spazio in quanto non possiamo “muoverci” lungo l’asse temporale così come facciamo nello spazio; l’asse temporale, per un presentista, non esiste affatto.

    Difficoltà della teoria:
    1. poiché per un presentista esiste solo il presente, ogni punto dello spazio esistente si trova temporalmente “sincronizzato”. In altre parole, il presentismo presuppone un piano di simultaneità assoluta, concetto che andrebbe in contrasto con la teoria della relatività speciale;
    2. la teoria non riesce a rendere conto della sopravvenienza della verità o della falsità in enunciati al tempo passato o al tempo futuro, in quanto le entità che li riguardano non rientrano nel catalogo delle entità esistenti. Dunque dire che Giulio Cesare/John di ieri/l’io di domani esiste è sempre falso. Ciò che è vero è solo che io esisto nel presente così come John che ho davanti ecc. (si noti la controintuitività di tutto ciò);
    3. il presentismo rende difficoltoso come intendere i rapporti transtemporali, ossia le relazioni i cui relata appartengono ad istanti differenti. Cosa significa affermare che io vado alla stessa Università di Enzo Paci, se io esisto e lui no? La teoria in versione standard non riesce a rispondere a ciò.

    Possibili risposte alle difficoltà:
    1. Markosian (2004) sostiene che la relatività non faccia affermazioni su cosa esista e cosa no, ma solo su limiti intrinsechi della conoscenza umana (l’impossibilità di osservare un piano di simultaneità assoluta), che non corrispondono necessariamente a limiti della realtà;
    2.
    a. Bigelow (1996) sostiene che gli enunciati di verità di proposizioni come «Cesare varcò armato il Rubicone» o «In futuro esisteranno avamposti umani su Marte», non sono soddisfatti da singole entità, ma dalla somma mereologica di tutte le entità presenti. In pratica, anche se il passato e il futuro non esistono, le entità in esse rimangono in un “catalogo delle entità astratte” che si può usare per verificare se “Cesare varcò il Rubicone” o se qualsiasi altro enunciato al passato o al futuro è vero o falso;
    b. Markosian (2013) sostiene che, se vale il determinismo nomologico, (che prevede che lo stato dell’universo attuale + le leggi fisiche siano in grado di determinare ciò che avviene in ogni altro istante temporale) allora la verità di enunciati al passato o al futuro può essere determinata dalla realtà presente.

    • Incrementismo

    Secondo questa teoria la realtà è composta da entità presenti e passate, a non esistere è dunque solo il futuro. In altre parole, nel nostro catalogo delle cose esistenti non si cancella nulla, anzi vengono aggiunti di volta in volta le entità presenti. Per l’incrementismo ciò che chiamiamo presente ha solo un carattere topologico, esso è cioè quella zona della realtà che ha enti esistenti prima di sè e non ha nulla dopo di sè. Immaginando il tempo come un parallelepipedo che cresce in lunghezza, il presente è, di volta in volta, la facciata limite del parallelepipedo.

    • Erosionismo

    Per gli erosionisti ad esistere è solo il presente e il futuro. Per quanto questa teoria sia poco condivisa dai filosofi moderni, essa rappresenta la perfetta controparte dell’incrementismo. Qui il “parallelepipedo della realtà” va a diminuire di grandezza. Se però il catalogo delle cose esistenti è infinito, anche se sarà sempre più corto, esso, in quanto infinito, non finirà mai. Se invece esso fosse finito, potremmo assistere ad un istante in cui l’universo smetta di “avere il tempo in sè”.

    • Eternismo

    L’eternismo afferma che la realtà è composta da entità presenti, passate e future. Pare che la psicologia ingenua (folk psychology) ammette una versione “soft”, priva di argomentazioni dimostrative, di eternismo. Insomma, nella realtà quotidiana ci viene comodo mettere su un egual piano di esistenza entità passate, future e presenti avendo ovviamente maggior cura per quest’ultime. Tuttavia, l’eternismo, a differenza delle teorie esposte precedentemente, che sono forzatamente dinamiche, può essere statico (teoria “block universe view”) o dinamico anch’esso (teoria “moving spotlight view”). Esiste inoltre una forma gradualista della teoria. Infatti, secondo Smith (2002), il presente ha un maggiore grado di esistenza rispetto a passato e futuro. Si tratta di una A-teoria anomala, in quanto il presente è privilegiato per il maggior grado di esistenza e non semplicemente per avere la proprietà «essere presente».
    Partiamo dal trattare la versione dinamica di eternismo.

    Moving spotlight view/Eternismo dinamico
    Immaginiamo che il tempo sia come un rullino di foto fatte da una vecchia macchina fotografica; siamo al buio e abbiamo a disposizione una lampadina tascabile che riesce ad illuminare un solo fotogramma del rullino alla volta. Il rullino è già lì, eterno, ma c’è quel fotogramma privilegiato che viene illuminato dal fascio di luce (spotlight) della lampadina, quel fotogramma metaforico è il presente secondo la teoria dinamica dell’eternismo. Ovviamente occorre considerare che il fascio di luce si sposta continuamente da un fotogramma ad un altro, rendendo il presente, sí esistente allo stesso modo di passato e futuro, ma su in piano privilegiato poiché esso è quell’unico fotogramma illuminato (anche se solo per un istante).
    Per l’eternismo dinamico, «Essere presente» è una proprietà tensionale, ossia non è un semplice riflesso di un’espressione verbale, ma è una proprietà sostanziale. Lo stesso vale per «essere passato» ed «essere futuro». Esse sono proprietà che si possono acquisire o perdere a seconda di quale sia il fotogramma illuminato, cioè di quale sia l’istante presente. Si sappia fin da ora che le teorie che ammettono queste proprietà tensionali sono dette A-teorie. Si noti che non solo gli oggetti possono essere passati, presenti o futuri, ma lo possono essere anche gli eventi poiché “un fascio di luce abbastanza grosso diametralmente” potrebbe rendere presente un insieme di fotogrammi specifici che noi riconosciamo come evento. Sorge ovviamente spontanea la domanda su chi determina il raggio di azione del fascio del presente. Mi sento di dare a questa domanda due possibili risposte: una di natura fisica-materialistica, l’altra di natura psicologica. La prima risposta dà l’ultima parola alla fisica meccanicistica ed indica con il concetto di “istante” il diametro del fascio di luce del presente (questa risposta è da me personalmente rigettata). L’altra risposta si riferisce agli studi della coscienza temporale ritenzivo-protensiva di Husserl, in questo caso il “raggio d’azione del fascio presentificatore” è dato dalla nostra esperienza di “istante” temporale; esperienza soggettiva di ognuno di noi che non è mai delimitata univocamente e nettamente ma che è più simile ad un insieme di sfumature. Il fotogramma insomma non è illuminato o non illuminato, ma può avere gradi di illuminazione dati dalla vicinanza al fotogramma maggiormente illuminato.

    Block universe view/Eternismo statico
    Secondo questa versione di eternismo, lo “scorrere del tempo” è solo un’illusione psicologica data del modo in cui noi percepiamo la realtà. L’universo sarebbe infatti un enorme parallelepipedo già finito al cui interno esiste già presente, passato e futuro. Il fascio di luce dunque non è ontologico ma viene ridotto alla percezione umana.
    Secondo questa visione, le proprietà temporali sono relazioni atensionali, sono cioè simili ad espressioni come «precedere temporalmente» o «seguire temporalmente». Passato, presente e futuro non sono proprietà genuine, ma riflettono differenze prospettiche e relazionali. Il tempo è trattato, quindi, in modo analogo allo spazio. Le teorie che rifiutano le proprietà tensionali come questa sono dette B-teorie.
    Si noti che chi ammette l’esistenza di proprietà tensionali come elementi basilari del tempo può ammettere l’esistenza di relazioni atensionali, ma è difficile che chi sostiene che siano le relazioni temporali ad essere gli elementi basilari del tempo possa ammettere che ci siano proprietà tensionali.

    “Il tempo è un’illusione”

    Albert Einstein

    3 – Il problema epistemico del presente

    Come già accennato nella premessa, la definizione di presente risulta piuttosto complessa. Inoltre, più proviamo a spiegare i meccanismi della percezione e più questi ci inducono alla consapevolezza di una relatività, seppur minima, presente già nella vita di tutti i giorni. Come già affermato, la relatività temporale è molto più evidente sulle lunghe distanze (si pensi a stelle spente che, poiché distanti da noi parecchi anni luce, ci risultano ancora splendenti nel cielo notturno), eppure i dati acquisiti dai nostri sensi non avvengono in simultaneità assoluta con gli eventi che ci circondano. Qualsiasi cosa osservo è, rispetto alla sua prospettiva, già passata. Seppur la luce si diffonde a circa 300 mila chilometri al secondo, la sua trasmissione non è istantanea. Ci vuole tempo affinché essa arrivi ai nostri occhi e ancora più tempo affinché il nostro cervello elabori il tutto. Assunzioni simili si possono ottenere con qualsiasi altro senso che possediamo (inclusi sensi interni come la propriocezione). Ma se, durante la nostra vita, non facciamo altro che percepire entità ed eventi che sono nel micro o nel macro passato, cosa significa allora vivere\trovarsi nel presente?
    Se ragioniamo poi secondo una prospettiva prettamente analitica e statistica tutto ciò risulta ancora più assurdo. Supponendo infatti di trovarsi in una realtà così come descritta da un modello eternista dinamico, possiamo osservare che in essa si trovano entità diverse collocate in tempi diversi. Tutte queste entità sono esistenti allo stesso modo e tutte agiscono con la convinzione di agire nel presente, ma quali prove hanno per giustificare questa convinzione?
    La nostra posizione epistemica non è migliore di quella di (supposte) entità passate o future, come Giulio Cesare o il primo uomo ad essere arrivato su Marte. Dal momento che l’istante presente è uno solo, mentre tutti gli altri istanti non sono presenti, è statisticamente più probabile che ci troviamo in un istante passato o futuro. Considerazioni analoghe si possono fare relativamente all’incrementismo e all’erosionismo.

    Risposta presentista
    Tutto ciò può ovviamente divenire un argomento a favore del presentista che, affermando che esiste solo il presente, bypassa astutamente il problema epistemico del presente. Per lui infatti la risposta è semplice: se una cosa è percepita allora esiste e dunque è nel presente.

    Risposta dell’eternista statico
    Nemmeno l’eternista statico è soggetto a questo problema, in quanto, per lui, non esistono istanti che possiedano la proprietà A-teorica di essere presenti, così come non esistono istanti presenti o passati in senso assoluto. L’impressione di essere presente è un problema della mente che nulla ha a che fare con l’ontologia temporale.

    Risposta di Forrest
    Forrest (2004) risponde al problema sostenendo che solo le entità presenti sono dotate di stati mentali coscienti. Le entità nel passato e nel futuro non sarebbero altro che degli zombie filosofici così come intesi da Chalmers (1996). Da ciò consegue che noi stessi ci troviamo nel passato e nel futuro come zombie privi di coscienza, sempre se vale l’eternismo (ancora una volta osservazioni analoghe si possono fare relativamente ad incrementismo ed erosionismo). Personalmente reputo questa risposta un’interiorizzazione nella mente umana di quello che per gli eternisti dinamici è “il fascio di luce del presente”. Infatti la coscienza sarebbe una conseguenza di questo fascio di luce (sempre e solo se abbracciamo l’eternismo dinamico). Si noti inoltre che questa risposta dà per scontato la possibilità di zombie filosofici, possibilità che è tutt’altro che accettata dalla comunità filosofica mondiale e che ha alle spalle un’immensità di letteratura con critiche e contro-critiche.
    Tralasciando per il momento il problema epistemico del presente, che riprenderemo nell’ultima sezione dell’articolo, passiamo ora ad un argomento ancora più intricato.

    Video esclusivo di un lupo proveniente dal futuro

    “Ecco come sarà il futuro”

    4 – Teorie della persistenza

    Affrontiamo adesso il problema della persistenza, dove per persistenza si intende il mantenimento dell’identità numerica di un’entità in tempi diversi. In questo caso specifichiamo che l’identità deve essere numerica per distinguerla dall’identità qualitativa. Due enti sono identici qualitativamente se, entrambi sono equivalenti dal punto di vista “esteriore”. Insomma, se potessi generare un clone identico a me esteriormente, esso sarebbe identico in senso qualitativo, ma non in senso numerico. Soltanto io sono identico numericamente a me stesso; nessun clone sarà mai numericamente me stesso, esso potrà al massimo essere qualitativamente identico a me. Fatta questa precisazione, possiamo esporre 3 teorie che cercano di risolvere il problema della persistenza.

    Affrontiamo adesso il problema della persistenza, dove per persistenza si intende il mantenimento dell’identità numerica di un’entità in tempi diversi. In questo caso specifichiamo che l’identità deve essere numerica per distinguerla dall’identità qualitativa. Due enti sono identici qualitativamente se, entrambi sono equivalenti dal punto di vista “esteriore”. Insomma, se potessi generare un clone identico a me esteriormente, esso sarebbe identico in senso qualitativo, ma non in senso numerico. Soltanto io sono identico numericamente a me stesso; nessun clone sarà mai numericamente me stesso, esso potrà al massimo essere qualitativamente identico a me. Fatta questa precisazione, possiamo esporre 3 teorie  che cercano di risolvere il problema della persistenza.

    • Endurantismo

    La teoria prevede che gli oggetti persistano nel tempo poichè essi sono interamente presenti in più momenti. Spesso le entità persistenti vengono caratterizzate come interi tridimensionali (la teoria è anche detta tridimensionalismo). Gli interi tridimensionali persistono nel senso che si spostano lungo la dimensione temporale.

    • Perdurantismo

    La teoria prevede che gli oggetti esistano in quanto aggregati di parti temporali. La teoria è anche detta quadridimensionalismo. Così come un evento si estende per diverse parti temporali, analogamente si possono caratterizzare gli oggetti, che vanno quindi intesi come estesi temporalmente e formati da parti temporali. Un oggetto è la somma delle sue parti momentanee. Un oggetto non risulta mai presente interamente in un solo momento, dato che non tutte le parti esistono allo stesso momento. Insomma per il perdurantismo, io nel presente non sarei altro che uno “strato” temporale di ciò che davvero sono come entità quadridimensionale. Questa teoria, a mio avviso, risulta la meno intuitiva delle 3.

    • Exdurantismo

    La teoria accetta che esistano aggregati di parti temporali, ma identificano gli oggetti non con gli aggregati, ma con i singoli stadi. Un oggetto è identificato con una singola fase P1, mentre tutti gli altri componenti dell’aggregato si trovano in una relazione di controparte temporale con l’oggetto indicato. Per l’exdurantismo quindi è vero che io esisto quadridimensionalmente, ma per “Stefano” si intende il singolo fotogramma presente, non tutto l’essere quadridimensionale che ne consegue. 

    Alcune considerazioni conclusive

    • Il dibattito sulla persistenza degli oggetti nel tempo non è del tutto indipendente da quello sulle ontologie temporali, in quanto si possono dare formulazioni come quella di Brogaard (2000), che intende coniugare presentismo e perdurantismo, interpretando la realtà come un inesauribile processo di creazione e distruzione di fasi.
    • Si noti che generalmente chi abbraccia la teoria dell’universo blocco tende ad adottare una visione perdurantista o exdurantista, mentre chi abbraccia teorie dinamiche tende ad adottare concezioni endurantiste. Di solito dunque, relativamente alla persistenza degli oggetti nel tempo, chi adotta modelli dinamici tende ad adottare una prospettiva endurantista, mentre chi propone modelli statici tende ad adottare una prospettiva perdurantista o exdurantista.
    • Ontologia temporale e questione dei modelli A o B teorici sono strettamente legati: ontologie come presentismo, incrementismo ed erosionismo portano ad adottare modelli dinamici, mentre l’eternismo permette di formulare modelli sia dinamici che statici. Non bisogna però dimenticare che modelli dinamici (tranne il presentismo) portano con sé il problema epistemico del presente, che viene evitato solo dal presentismo e dall’eternismo statico.

    Dopo aver svolto un’esauriente introduzione alla filosofia analitica del tempo e alle varie posizioni che il panorama filosofico internazionale offre, esporrò adesso una mia teoria a riguardo, teoria che deriva direttamente dai miei studi sulla fenomenologia della coscienza.

    5 – Un nuovo modello temporale “ibrido”

    Per comprendere al meglio la mia personale ipotesi sulla temporalità occorre dapprima che esponga a grandi linee le speculazioni del filosofo americano David Chalmers riguardanti la coscienza. Verso la fine del suo libro intitolato La mente cosciente, Chalmers riflette su una possibile ambivalenza prospettica della coscienza stessa. Studiata in terza persona, la coscienza sembra poter essere riconducibile alla materia, in questo caso specifico al cervello in sè; ma se la si analizza fenomenologicamente in prima persona, dalla coscienza emergono delle sensazioni (chiamate “qualia”) che non sono riducibili al solo cervello. Insomma, in terza persona la coscienza è riconducibile ad un materialismo riduzionista, ma in prima persona occorre per forza implementare un dualismo cervello-mente (e dunque cervello-coscienza).

    Cosa centra tutto ciò con la filosofia temporale?
    A mio avviso, quando ci si trova di fronte ad innumerevoli teorie tutte con una quantità simile di pro e contro, bisogna chiedersi se in realtà non ci sia sfuggito qualcosa e/o se non abbiamo dato qualcosa per scontato.
    è attraverso il filtro di uno specifico stato di coscienza che noi conosciamo il tempo. Una persona in coma percepisce il tempo in maniera completamente differente dall’infermiere che lo sta curando. Allo stesso modo ciò avviene in una persona che dorme. La concezione oggettivata di tempo deriva da un’obiettivazione e proiezione all’esterno del nostro orologio biologico. Newton stesso si domandava se fosse il movimento della lancetta di un orologio a scandire il tempo o se il movimento della lancetta per astrazione generasse in noi il concetto di tempo.

    Fondamentalmente dunque, esiste il movimento o il tempo?
    Per Kant il tempo era chiaramente un nostro filtro per il mondo esterno, una forma a priori che organizzava i movimenti esterni insieme all’altra forma a priori: lo spazio. Nella fisica moderna spazio e tempo sono convertibili l’uno nell’altro e sono strettamente correlati. Che si tratti in realtà di una fisica della psicologia? Di uno studio sulla nostra percezione della realtà e non della realtà stessa?
    Faccio emergere tutti questi interrogativi per mostrare come nulla sia imprescindibile dalla percezione e dunque, dalla coscienza. La mia visione concorda pienamente con l’analisi kantiana e aggiunge che l’esternizzazione della temporalità sia avvenuta ad opera della coscienza che, riflettendo il mondo delle cose, ha posto fuori ciò che in realtà era dentro. Ma dunque, affermando semplicemente che il tempo sia una forma a priori, ci siamo sbarazzati di tutti i problemi della filosofia del tempo? Assolutamente no.
    Infatti, dall’esperienza di coscienza in prima persona si sperimenta un presentismo, tutto è un costante presente. Nella nostra mente i ricordi funzionano secondo una teoria che è stata denominata, dai già citati professori Giuliano Torrengo e Samuele Iaquinto, flow fragmentalism. “Io ho visto mia nonna ieri” è vera come proposizione solo se, all’interno della mia mente, vi è quel ricordo. Insomma, gli enunciati di verità vengono “frammentati” all’interno degli individui stessi. In prima persona l’ontologia temporale che vince, sempre a mio avviso, è il presentismo con un flow fragmentalism che regola il funzionamento di parte della mente umana. Secondo questa prospettiva il problema epistemico del presente decade e la teoria della persistenza che è più ovvia abbracciare è l’endurantismo. Si noti inoltre che, in questo caso, lo scorrere del tempo è ovviamente legato alla nostra percezione.

    Che succede invece se, come fa Chalmers, studiamo la realtà in terza persona?
    In questo caso domina invece un eternismo dinamico (o anche statico, per i più fatalisti), il problema epistemico del presente resta irrisolto, se si abbraccia una versione dinamica, oppure rimane risolto, se si abbraccia una versione statica. Tuttavia, reputo che sia indifferente questa possibile non risolvibilità del problema, per i motivi che spiegherò tra poco. In questo caso la teoria della persistenza che più si addice è l’exdurantismo, se si abbraccia la versione dinamica o il perdurantismo se si abbraccia la versione dinamica. Lo scorrere del tempo rimane legata alla nostra percezione per l’eternismo statico, mentre è ontologicamente esistente per l’eternismo dinamico.

    Perché abbracciare la versione statica o dinamica è indifferente?
    La questione è che il guardare il mondo da un’ipotetica terza persona senza alcuna coscienza che faccia da filtro è per noi impossibile. Possiamo però utilizzare la nostra capacità immaginativa per generare una struttura formata dalle esperienze in prima persona. Questa struttura olistica è ciò che definiamo “realtà”. Anche se la realtà che percepiamo è una struttura olistica immaginativa ciò non vuol dire che essa sia inutile. Ad esempio l’intera disciplina della fisica si basa su di essa, dandola ontologicamente per scontata. È altresì utile credere in un tempo obiettivo in quanto questa credenza riduce la complessità di tutto ciò che percepiamo. Dato dunque che il nostro cervello segue sempre il principio di economia, il concetto di tempo è utile affinché le elaborazioni percettive siano più rapide e coerenti. Ecco perché scegliere l’eternismo dinamico o quello statico è indifferente. Il cervello utilizza la prospettiva in terza persona in maniera funzionalista, è inutile porre il tempo come ontologicamente fondante e scegliere quale prospettiva abbracciare. Ciò complicherebbe solo la faccenda e sarebbe controproducente alla natura stessa per cui la realtà che percepiamo è stata generata dalla nostra mente.

    “L’uomo vive nel tempo, nella successione del tempo, e il magico animale nell’attualità, nell’eternità costante.”

    Jorge Luis Borges

    6 – Conclusione

    Riepilogando:

     

    Temporalità in prima persona

    Temporalità in terza persona

    Derivazione

    Si tratta della struttura della coscienza stessa

    Si tratta di una struttura elaborata per un funzionalismo mentale più economico

    Ontologia temporale

    Presentismo con struttura di organizzazione mentale e di enunciati di verità basata su un flow fragmentalism

    Eternismo statico (S) o dinamico (D)

    Problema epistemico del presente

    Assente

    Se si sceglie S allora è assente, se si sceglie D rimane irrisolto

    Teoria della persistenza

    Endurantismo

    Se S allora perdurantismo, se D allora exdurantismo

    Scorrere del tempo

    Illusione percettiva

    Se S allora illusione percettiva, se D allora esiste ontologicamente

     

    Si noti bene che non si tratta di scegliere la temporalità in prima piuttosto che in terza persona; la prima infatti precede cronologicamente la seconda ed emerge con l’emergere della coscienza stessa, la seconda è invece utile alla mente umana quando la coscienza si rivolge o verso la memoria esplicita o verso il mondo esterno affinché esso diventi olisticamente una “realtà”.

    Di seguito elenco una serie di approfondimenti raggruppati per categoria per chiunque volesse avere maggiori informazioni su un argomento specifico.

     

    Ontologia temporale

    • Presentismo:
      • Standard:
        • Prior (1967), Past, Present and Future, Oxford University Press, Oxford.
        • Hinchliff (1996), “The puzzle of change”, in Tomberlin, Philosophical Perspectives, vol. 10: Metaphysics, Blackwell, Cambridge (MA), pp. 119-136.
        • Markosian (2004), “A defense of Presentism”, in Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 1, Oxford University Press, Oxford, pp. 47-82.
      • Non-Standard:
        • Zimmerman (2011), “Presentism and the space-time manifold”, in Callender, The Oxford Handbook of Philosophy of Time, Oxford University Press, Oxford, pp. 163-246.
        • Orilia (2016), “Moderate presentism”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 173, pp. 589-607.
    • Incrementismo:
      • Standard:
        • Broad (1923), Scientific Thought, Kegan Paul, London.
        • Tooley (1997),Time, Tense and Causation, Oxford University Press, Oxford.
        • Correia e Rosenkranz (2013), “Living on the brink, or welcome back, growing block!”, in Bennett, Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 8, Oxford University Press, Oxford, pp. 333-350
        • Forbes (2016), “The growing block’s past problems”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 172, pp. 2073-2089.
        • Briggs e Forbes (2017), “The growing-block: Just one thing after another?”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 174, pp. 927-943.
      • + compatibilità con la relatività:
        • Earman (2008), “Reassessing the prospects for a growing block model of the universe”, in International Studies in the Philosophy of Science, 22, pp. 135-164.
    • Erosionismo:
        • Casati e Torrengo (2011), “The not so incredible shrinking future”, in Analysis, 71, pp. 240-244.
        • Hudson e Wasserman (2009), “Van Inwagen on time travel and changing the past”, in Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 5, Oxford University Press, Oxford, pp. 41-49.
        • Norton (2015), “The burning fuse model of unbecoming in time”, in Studies in History and Philosophy of Modern Physics, 52, pp. 103-105.
    • Eternismo:
      • dinamico:
        • Standard:
        • Broad (1923), Scientific Thought, Kegan Paul, London.
        • Dummett (2004), Truth and the Past, Columbia University Press, New York.
        • Skow (2009), “Relativity and the moving spotlight”, in The Journal of Philosophy, 106, pp. 666-678.
        • Skow (2012), “Why does time pass?”, in Noûs, 46, pp. 223-242.
        • Deasy (2015), “The moving spotlight theory”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 172, pp. 2073-2089.
        • Versione di Cameron:
          • Cameron (2015), The moving spotlight. An essay on Time and Ontology, Oxford University Press, Oxford.
        • Controargomenti a Cameron:
          • Miller (2016), “The moving spotlight lights, and having lit, moves on”, in Metascience, 25, pp. 317-321.
          • Iaquinto e Buonuomo (2017), “Review of Cameron, The moving spotlight. An essay on Time and Ontology, Oxford University Press, Oxford, 2015”, in Argumenta, Journal of the Italian Society for Analytic Philosophy, 4, pp.375-377.
      • statico:
        • Smart (1949), “The river of time”, in Mind, 58, pp. 483-494.
        • Williams (1951), “The myth of passage”, in Journal of Philosophy, 48, pp. 457-472.
        • Quine (1960), Word and Object, MIT Press, Cambridge (MA).
        • Mellor (1998), Real Time II, Routledge, London-New York.
        • Oaklander (2004), The Ontology of Time, Prometheus Book, Amherst (NY).
        • Le Poidevin (2007), The images of Time, Oxford University Press, Oxford. 

    Problema epistemico del presente 

    • Argomento della coscienza:
        • Forrest (2004), “The real but dead past: A reply to Braddon-Mitchell”, in Analysis, 64, pp. 358-362
        • Torrengo (2017c), “Hyper-Russelian skepticism”, in Metaphysica, Online first.
    • Collegamento con il presentismo:
        • Bourne (2006), A Future for Presentism, Oxford University Press, Oxford.
        • Braddon-Mitchell (2004), “How do we know it is now now?”, in Analysis, 64, pp. 199-203
        • Heathwood (2005), “The real price of the dead past: A reply to Forrest and to Braddon-Mitchell”, in Analysis, 65, pp. 249-251
        • Merricks (2006), “Good-bye growing block”, in Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 2, Oxford University Press, Oxford, pp. 103-111.
    • Critica al collegamento con il presentismo:
        • Cameron (2015), The moving spotlight. An essay on Time and Ontology, Oxford University Press, Oxford. 

    Teorie della persistenza 

    • Endurantismo:
        • Baker (2000), Persons and Bodies, Cambridge University Press, Cambridge.
        • Zimmerman (1999), “One really big liquid sphere: Reply to Lewis”, in Australasian Journal of Philosophy, 77, pp. 213-215.
        • Hinchliff (1996), “The puzzle of change”, in Tomberlin, Philosophical Perspectives, vol. 10: Metaphysics, Blackwell, Cambridge (MA), pp. 119-136.
    • Perdurantismo:
        • Quine (1950), “Identity, ostension and hypostasis”, in From a Logical Point of View, Harvard University Press, Cambridge (MA), pp. 65-79.
        • Lewis (1986), On the Plurality of Worlds, Blackwell, Oxford.
        • Heller (1990), The Ontology of Physical Objects, Cambridge University Press, Cambridge.
    • Exdurantismo:
        • Sider(1996), “All the world’s a stage”, in Australasian Journal of Philosophy, 74, pp. 433-453.
        • Sider (2000), “The stage view and temporary intrinsics”, in Analysis, 60, pp. 84-88.
        • Sider (2001), Four-Dimensionalism. An Ontology of Persistence and Time, Oxford University Press, Oxford.
        • Hawley (2001), How Things Persist, Oxford University Press, Oxford.
        • Varzi (2003), “Naming the stages”, in Dialectica, 57, pp. 387-412.
      • Versione di Brogaard:
        • Brogaard (2000), “Presentist four-dimensionalism”, in The Monist, 83, pp. 341-354
      • Risposte a Brogaard:
        • Heller (1992), “Things change”, in Philosophy and Phenomenological Research, 52, pp. 695-704.
        • Benovsky (2009), “Presentism and persistence”, in Pacific Philosophical Quarterly, 90, pp. 291-309. 

    Extra

    • Sviluppo dei modelli dinamici:
        • Gale (1968), The Language of Time, Routledge and Kegan Paul, London.
        • Prior (1967), Past, Present and Future, Oxford University Press, Oxford.
        • Smith (1993), Language and Time, Oxford University Press, Oxford.
        • Ludlow (1999), Semantics, Tense, and Time: An Essay in the Metaphysics of Natural Language, MIT Press, Cambridge (MA).
        • Lowe (2002), A survey of Metaphysics, Oxford University Press, Oxford.
        • Fine (2005), “Tense and reality”, in Modality and Tense, Philosophical Papers, Oxford University Press, Oxford, pp.261-320.
    • Spiegazioni dell’esperienza del passaggio del tempo nell’ambito della B-teoria:
        • Paul (2010), “Temporal experience”, in Journal of Philosophy, 107, pp. 333-359
        • Prosser (2016), Experiencing Time, Oxford University Press, Oxford
        • Torrengo (2017a), “Feeling the passing of time”, in The Journal of Philosophy, 114, pp. 165-188.
        • Torrengo (2017b), “Perspectival tenses and dynamic tenses”, in Erkenntnis, Online first.
    • A-Teorie non-standard:
        • Fine (2005), “Tense and reality”, in Modality and Tense, Philosophical Papers, Oxford University Press, Oxford, pp. 261-320
        • Fine (2006), “The reality of tense”, in Synthese, 150, pp. 399-414.
        • Tallant (2015), “The new A-theory of time”, in Inquiry, 58, pp. 537-562.
        • Correia e Rosenkranz (2012), “Eternal facts in an ageing universe”, in Australasian Journal of Philosophy, 90, pp. 307-320.
        • Iaquinto (2016), All the World’s a Fragment: Fragmentalism, Time, and Modality, tesi di dottorato.
        • Lipman (2015), “On Fine’s fragmentalism”, in Philosophical Studies, 172, pp. 3119-3133.
      • con particolare attenzione alla relatività:
        • Pooley (2013), “Relativity, the open future, and the passage of time”, in Proceedings of the Aristotelian Society, 113, pp. 321-363.

     

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