Sull'essenza dannata del ricercatore

Una pubblicazione di Lupo Stefano

Sull’essenza dannata del ricercatore

 

“Perchè” è la parola che caratterizza la supremazia della specie umana. A quanto ne sappiamo nessun altra specie conosciuta ha quella particolare predisposizione a chiedersi il perchè delle cose. A dire il vero, ad un livello basilare, una vaga forma di perchè divide gli organismi viventi dai corpi inanimati. È ciò che chiamiamo telos. Il telos è l’agire verso una direzione, verso un fine a priori non ben definito. Il telos divide la vita dalla non vita, la biologia dalla chimica inorganica, l’animato dall’inanimato. Quando il fine diviene premeditato, da telos si passa alla teleos. Il dolore è telos. Un batterio “punzecchiato” si ritrarrà per via di un telos a lui insito e, per lo stesso motivo, il batterio, individuata una fonte di glucosio, si muoverà verso di essa. Negli esseri umani il telos viene identificato con gli istinti. Nel caso del batterio che rifugge dal dolore ci viene naturale attribuigli una forma di istinto di sopravvenienza, ma se dichiarassimo ciò, ci sbaglieremmo. Il telos avviene a livello preriflessivo, il batterio non pensa e non riconosce il suo stesso telos. Se trattiamo di istinti, essi si definiscono nel momento della riflessione. Riflettendo sul telos lo denominiamo come un insieme di istinti, ma il telos è antecedente ad ogni forma riflessiva. Nell’essere umano, con la riflessione, emerge il teleos. Quando sentiamo un pizzicotto, non solo rifuggiamo dal dolore, ma ci chiediamo pure il motivo di tutto ciò. Ci domandiamo il perchè. Il teleos ha però il potere di agire a ritroso sul telos, sugli istinti. Ogni struttura etica si basa su un principio di libero arbitirio con cui si “dominano” le passioni umane. Il perchè agisce sulla struttura biologica stessa. Il perchè ci fa comportare in maniera “non-standard” e il comportamento agisce per via epigenetica ad una trasformazione del telos. La riflessione, emergente dalla struttura biologica telica, diviene a sua volta una causa che agisce in maniera retrograda andando a “modellare la natura umana” stessa.

Il figlio agisce sul padre per mezzo del perchè.

Il domandarci il perchè delle cose ci ha portato alla costruzione di catene causali, di metodologie gnoseologiche che chiamiamo “scientifiche”, di organizzazioni religiose e spirituali. Il perchè si condensa in noi come il poter agire diversamente dalla standardizzazione della natura, il perchè fonda ciò che intuitivamente chiamiamo libero arbitrio. Nell’essere umano le prime gocce di quel fluido luminoso che chiamiamo perchè (e che dominerà sulla cultura e sulla vita psicologica dell’individuo) si forma fin dalla costituzione del linguaggio. Durante questa particolare fase, i bambini non fanno altro che domandare il perchè delle cose. La psiche dell’uomo teleologico trasforma la sua vita in una serie di obiettivi che lo portano irrimediabilmente a quella forma di coscienza infelice che egregiamente descrive Hegel. Per andare avanti, per continuare a vivere, ad un uomo occorre un obiettivo, ma una volta raggiunto, quest’ultimo deve essere rimpiazzato da un altro. Si crea così una catena di obiettivi che, più o meno consciamente, formano la nostra vita. E, se un imprenditore si pone egli stesso i suoi obiettivi, per tutti gli altri è la cultura a porli; sono obiettivi culturali il riconoscimento comunitario, la costruzione di una famiglia, la piena aderenza alle logiche capitalistiche di consumo (comprare, consumare, gettare, comprare ancora). Quello stesso potere che poteva renderci liberi ci incatena ancora di più. Non è infatti nell’assecondare obiettivi più o meno propri che si raggiunge la felicità.

Se da un lato il perchè ci differenzia da tutte le altre specie viventi, dall’altro ci condanna ad un’apparentemente irrisolvibile infelicità.

Qualsiasi risposta alla domanda che ci poniamo sul senso della vita viene accettata solo finchè lo vogliamo. Nessun senso della vita soddisferà mai la natura umana. La sete di perchè può infatti portare ad un’annichilimento del telos stesso con l’insorgenza di patologie depressive (o più in generale psichiche). Perchè diamine mi ritrovo qui a leggere questa roba complicata e deprimente? Perchè proprio io? Perchè proprio ora? è tutto già stabilito? Se sì, da chi? Se no, che senso ha tutto ciò che sto vivendo? Perchè tutta questa fatica, tutto questo dolore, tutto queste emozioni incontrollabili? Perchè cercare di migliorare me stesso? Cosa ho che non va? Possiamo accontentarci di interrompere la catena dei perchè accogliendo delle risposte salvifiche oppure possiamo continuare con le domande fino a sprofondare nella depressione più profonda e nell’inevitabile suicidio psichico o fisico. Non è questione di lucidità, nè di coraggio, nè di predestinazione. Io, pienamente lucidamente, non riesco ancora a interrompere la catena. Come può un ricercatore vanificare la sua stessa essenza? Un ricercatore non si accontenta, è egli stesso il flusso del perchè. Spero solo che, in questo flusso, la cascata non arrivi troppo presto. Consapevole di dover, un giorno, “uccidere” il ricercatore che è in me oppure cadere nell’oblio annientativo. Questo scritto è per tutti i ricercatori, consapevole che chi non lo è mai stato non potrà mai capirlo.

L’essenza stessa dell’essere umano, il perchè, è il tesoro di luce che lo rende unico; ma esso è anche la cascata nera che è in grado di annichilire tutto.

Iniziando una ricerca si deve essere consapevoli, fin dai primi passi, di essere di fronte ad un bivio che non si può rimandare in eterno: uccidere un vecchio sè accontentandosi di un limite oppure finire uccisi da se stessi. La vita del ricercatore è un purgatorio alla cui fine non esiste alcun paradiso, solo un muro o il niente. Forse è quel muro ciò a cui dobbiamo auspicare. E forse, un giorno, tutti i muri dei ricercatori formeranno un immenso edificio: la cattedrale del successo. Quel successo ottenuto con il riconoscere un limite, un successo inaspettato venuto fuori da quello che un tempo consideravamo un fallimento. In fondo se si tratta di un fallimento o di un successo è un giudizio che dipende dagli occhi con cui decidiamo guardare. Ancora una volta, la dualità sembra solo un nostro costrutto. Forse, oltre a riconoscere un limite, dobbiamo riconoscere che il mondo non è come la nostra mente lo categorizza. Forse successo e fallimento sono davvero un’unica realtà.

 

Lupo Stefano

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La figura del coach sembra essere divenuta una moda, ma da dove trae le sue origini? Quali sono i parallelismi con il metodo socratico? E ancora: vi è un qualche collegamento tra Socrate e Gesù? Quest’ultimo è davvero esistito?

Sull’essenza dannata del ricercatore

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