Sull'identità personale

"Tu non esisti"
Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 10 aprile 2020

Sommario

1 – Introduzione

  • Cosa tratteremo?
  • Una mappa preziosa
  • Ringraziamenti speciali

2 – Questioni preliminari

  • Le due domande
  • Il concetto di persona
  • La persistenza degli oggetti materiali
  • Due casi guida

3 – L’approccio biologico

4 – Il criterio fisico

5 – L’approccio psicologico

6 – Note e sintesi

7 – Strani casi di fissione

8 – Conclusioni parfittiane

  • Conclusione normativa
  • Conclusione metafisica: riduzionismo VS esistenza separata

9 – Considerazioni personali

  • Su Parfit
  • Una metafora esistenziale
  • Il flusso di coscienza

10 – Ulteriori riflessioni

  • Cos’è l’uomo?
  • Genealogia di un concetto

11 – Conclusione “poetica”: il dubbio filosofico

     

    1 – Introduzione

    • Cosa tratteremo

    “Io sabato mattina sono andato in montagna con la mia famiglia; e tu, come hai passato il weekend?” In questa frase, così come in qualsiasi altra frase personale, vi è un soggetto. In questo caso i soggetti sono “Io” e “Tu”, soggetti che si riferiscono a degli esseri umani. Immaginiamo di dire questa frase al nostro migliore amico e cerchiamo di scavare “dentro” questi soggetti per capire che cosa li contraddistingue e li rende riconoscibilmente unici. Io sono io; il mio amico X è X e lui soltanto. Io ho un’identità così come lui ce l’ha. Questi soggetti si riferiscono a queste identità che, tanto istintivamente riconosciamo. Ma siamo così sicuri che l’istinto non ci stia ingannando? Che cosa fonda, nel profondo del nostro e dell’altrui essere, l’identità personale? Non è una domanda riservata a quei filosofi analitici che vogliono complicarsi la vita cercando, o persino inventando, il pelo nell’uovo laddove il pelo chiaramente non c’è. Qui, così come negli altri argomenti filosofici che ho affrontato in precedenza (libertà, temporalità ecc.) siamo di fronte a tematiche con cui ci confrontiamo nella vita di tutti i giorni, ma a cui difficilmente poniamo la nostra attenzione. Eppure, affinchè io capisca il senso logico della frase che ho sopra esposto il mio cervello deve avere un’idea fondante di che cosa renda me diverso dal mio migliore amico. Nel corso della pubblicazione. Attraverseremo il “mare tempestoso” dell’identità personale. Quest’ultimo sarà l’argomento comune che collegherà le varie “isole di pensiero”; isole che ci aiuteranno a capire a quale posizione la nostra mente è più simpatetica. Reputo che conoscere le teorie inconsce che guidano il nostro agire quotidiano sia basilare per “conoscere se stessi” sempre di più. Più che mai dunque, questo “mare tempestoso” che ci accingiamo ad esplorare non è esterno a noi, ma è la radice per quel noi in cui ci riconosciamo. Fatta questa premessa sull’importanza e sulle difficoltà dell’argomento a cui ci accingiamo a studiare, è arrivata l’ora di illustrare l’ordine e i nomi delle varie “isole di pensiero” a cui approderemo. Ci tengo a precisare che, per quanto ci possano essere dei punti difficili da trattare, ci saranno innumerevoli esempi pratici affascinanti che personalmente ancora oggi mi inducono a delle profonde riflessioni.

    • Una mappa preziosa

    Per prima cosa faremo delle precisazioni necessarie che ci saranno indispensabili nel corso di tutta la pubblicazione: vedremo quali sono le due domande essenziali in cui si scompone il problema dell’identità personale, daremo una definizione accettabile al termine “persona” e infine tratteremo la persistenza degli oggetti materiali e il grado di tollerabilità riguardo i loro cambiamenti qualitativi. Poi, ci addentreremo ad affrontare i tre “arcipelaghi” di pensiero riguardanti l’identità personale: l’approccio biologico, il criterio fisico e l’approccio psicologico. Ciascun arcipelago verrà ampiamente studiato nelle varie isole di pensiero che lo caratterizzano. Affronteremo poi le affascinanti questioni della fissione e del teletrasporto. Successivamente, studieremo le riflessioni e la posizione del famoso filosofo internazionale Derek Parfit. Avrò dunque gli strumenti per poter presentare la mia posizione. Infine, quasi come un post scriptum, farò delle riflessioni riguardanti il parallelismo sulle questioni inerenti l’identità personale e il concetto di “uomo” in generale. Prima però di iniziare la nostra trattazione è indispensabile un ultimo passo.

    • Ringraziamenti speciali

    Un profondo ringraziamento va al professor Andrea Guardo, docente di filosofia teoretica all’Università statale di Milano, per avermi fornito gli spunti, i materiali e la passione per questo argomento. La seguente pubblicazione riprende infatti un modulo di corso universitario denominato “Introduzione alla metafisica” tenuto dal professor Guardo. Un altro ringraziamento mi suole darlo alla professoressa Rossella Fabbrichesi, anch’ella docente in filosofia teoretica all’Università statale di Milano, per gli spunti alla parte finale sull’umanità in genere.

    2 – Questioni preliminari

    • Le due domande

    Il problema dell’identità personale si può scomporre in due domande correlate tra loro:


    1. Quali sono le condizioni della nostra sopravvivenza?
    Immaginiamo che uno scienziato pazzo intervenga sul mio cervello e che sostituisca tutto ciò che ricordo di aver fatto (memoria episodica), le mie capacità (memoria semantica) e il nostro carattere. La persona che uscirebbe da quel laboratorio sarebbe ugualmente me? Basta modificare la memoria in toto e il carattere per annichilire una persona?
    Occorre a questo punto ricordare la differenza, già data nella scorsa pubblicazione, di identità numerica e di identità qualitativa. Per rendere chiara questa differenza mi servirò di un esempio. Prendiamo due palline da biliardo di colori diversi e con su impressi numeri diversi. Esse sono sia numericamente che qualitativamente diverse. Se però verniciamo completamente entrambe le palline dello stesso colore fino a renderle uguali esteticamente, quello che otterremo saranno due palline identiche solo qualitativamente e non numericamente. Se invece fotografo una stessa pallina prima e dopo la verniciatura, le due foto sono inerenti a due palline identiche numericamente (in sostanza la pallina fotografata è sempre la stessa, l’unica cosa che cambia è solo la verniciatura). Rispondere dunque alla domanda dell’esperimento dello scienziato pazzo, equivale a rispondere alla domanda se la persona che esce dal laboratorio, oltre che essere qualitativamente identica a me (perché avrà lo stesso identico aspetto fisico), sia numericamente identica a me. Da questo momento in poi ogni volta che ci riferiremo al concetto di identità daremo per scontato che si tratti di un’identità numerica, poiché è quest’ultimo il concetto che ci interessa analizzare.
    Tuttavia, per capire se la persona uscita dal laboratorio sia o meno identica a me numericamente occorre per prima rispondere ad una altra domanda.


    2. Chi sono essenzialmente?
    Solo trovando la nostra essenza possiamo rispondere alla domanda precedente. Se infatti identifichiamo la nostra essenza con i ricordi, dobbiamo affermare che la persona post esperimento è diversa dalla persona pre esperimento; ma se affermiamo che la nostra essenza trascenda memoria e carattere, dobbiamo allora rispondere che le due persone pre e post esperimento sono identiche. Rispondere alla domanda circa l’essenza equivale dunque a rispondere in parte alla prima domanda. 

    • Il concetto di persona

    Credo che a molti venga spontaneo rispondere alla domanda “Cosa sei?” con la risposta “Una persona”. Non a caso la questione che stiamo affrontando si chiama infatti identità “personale”. Dobbiamo però, per prima cosa, trovare una definizione a questo concetto affinché le ombre che lo circondano si affievoliscano. Secondo il filosofo inglese John Locke, una persona è un ente che ha abilità cognitive come pensiero, intelligenza, ragione, riflessione e deve avere un concetto di sé come continuità nello spazio-tempo. Insomma, per Locke la persona è colui a cui si può affibbiare una responsabilità morale.
    Reputo che, al momento, questa sia una definizione accettabile. Tuttavia, la domanda importante è se siamo ESSENZIALMENTE persone, cioè se la proprietà di essere una persona è una proprietà che posso perdere senza cessare di esistere o no. Se l’essere persona è la nostra essenza, allora noi come persone non siamo mai stati un feto (in quanto quest’ultimo non rispetta la definizione di persona) così come noi non saremo mai un cadavere (anche quest’ultimo non rispetta la definizione). Si noti che, il concetto di persona qui proposto, non corrisponde ad una “fase” della nostra vita, ma alla nostra essenza. Esso è un concetto sostanziale. Mi accontento di questa definizione di persona, ma non me la sento di affermare che essenzialmente siamo persone. Per cui, in tutta la trattazione ci faremo delle domande sull’essenza e le condizioni di sopravvivenza di entità che di fatto sono persone, ma non assumeremo mai che queste entità siano essenzialmente persone. 

    • La persistenza degli oggetti materiali

    Dire che la palla di biliardo che abbiamo colpito è la stessa di quella che si trova lì, significa affermare che in ogni istante successivo al colpo ci sono diverse palle in diverse posizioni, ogni posizione è però causata dalla posizione della palla precedente. Vi è insomma una continuità fisica spazio-temporale che ci fa distinguere l’identità o meno di un oggetto. Mentre però per gli oggetti una soluzione è così facile, per le persone la situazione è parecchio più complessa. Agli oggetti materiali, vegetali e animali affidiamo una tollerabilità del cambiamento qualitativo entro cui riconosciamo la loro identità. La farfalla che fuoriesce da un bozzolo è identica al bruco che ha creato quel bozzolo. La pallina da biliardo pre e post verniciatura rimane identica a se stessa. Se però, al quadro della Monna Lisa aggiungo dei baffi, quest’ultima non è più la Monna Lisa. La tollerabilità del cambiamento qualitativo è insomma un rilassamento nella condizione di continuità che mantiene però la persistenza.
    Le condizioni della nostra sopravvivenza sono uguali alle condizioni della persistenza degli oggetti materiali? Questa risposta è affermativa o negativa in base all’arcipelago di pensiero che vogliamo abbracciare.

    • Due casi guida

    1. Caso del vegetale umano: X ha avuto un incidente automobilistico a seguito del quale è diventato un vegetale umano. Il vegetale umano è identico numericamente a X?


    2. Caso del trapianto del cervello: a Y viene asportato il cervello che viene immesso in un altro corpo fisicamente diverso, a sua volta il cervello che era in questo altro corpo viene immesso nel corpo di Y. Chi è identico a Y? Il corpo che aveva Y o il nuovo corpo che contiene il cervello di Y?


    Ho enunciato questi due casi poiché ogni arcipelago di pensiero risponde in maniera differente a queste domande. In base alla vostra risposta spontanea ai seguenti casi, potete meglio capire a quale approccio siete più affine. Iniziamo adesso l’esplorazione di queste varie ideologie.

    “La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi”

    Hermann Hesse

    3 – L’approccio biologico

    Il pensiero del filosofo statunitense Eric Olson ben rispecchia l’approccio biologico secondo cui ciò che conta per l’identità personale è la continuità biologica. La sopravvivenza dipende perciò dalla continuità delle funzioni animali quali il metabolismo, la capacità di respirazione, di circolazione del sangue ecc. Seguendo questo approccio vediamo le risposte che si darebbero ai due casi guida sopra esposti:

    1. nel caso del vegetale umano io sopravvivo poiché le funzioni biologiche sono inalterate (a non funzionare sono solo delle caratteristiche psicologiche);

    2. nel caso del trapianto del cervello Y è quello con il corpo uguale e con il cervello cambiato. L’altra persona, pur avendo il cervello di Y, è qualcuno che crede di essere Y, ma che in realtà non lo è. Questo vale solo se ad essere trapiantati sono soltanto i due emisferi. Nel caso invece in cui si trapianta anche il tronco encefalico e il cervelletto, Y è quello con il corpo nuovo, poiché in quest’ultimo si è conservata la continuità biologica maggioritaria.

    Si noti che questo approccio risolverebbe il problema del feto, poiché quest’ultimo, avendo una continuità biologica con me, è sempre me. Semplicemente prima ero un feto ed ora sono un uomo adulto.
    L’approccio biologico intuitivamente risolve parecchi problemi riguardanti la sopravvivenza dell’identità personale che però viene trattata alla stregua di un insieme di funzionalità puramente biologiche. In questo caso non occorre nemmeno interpellare la persona in questione per capire se essa sia sopravvissuta, basta controllarne la continuità biologica. Ma l’identità personale è davvero limitata alla sfera biologica? È possibile risolvere tutti i problemi correlati al tema che stiamo affrontando semplicemente relegando l’identità personale alla biologia? Secondo alcuni, tra cui Olsen, sì; a me personalmente tutto ciò non soddisfa poiché reputo intuitivamente infantile poter discutere sulla sopravvivenza o meno di qualcuno come persona senza nemmeno interpellarla per vedere “lei in prima persona” chi si sente di essere.

    Scopri cosa ne pensa il nostro filosofo dell'Innovazione

    4 – Il criterio fisico

    Il filosofo contemporaneo Peter Unger ha abbracciato il criterio fisico secondo cui la persona X è identica alla persona Y se e solo se c’è sufficiente continuità fisica di una base psicologica (core psychology) tra il realizzatore fisico (in questo caso il cervello umano) di X e di Y. Unger utilizza il termine “realizzatore fisico”, invece che cervello, per estendere il suo criterio anche a possibili entità acefale. La core psychology deve continuare ad essere realizzata nel senso aristotelico di entelechia prima, essa cioè deve mantenere la capacità di poter eseguire in qualsiasi momento una delle funzioni adibite alla core psychology.
    Si sappia che possiamo dividere la psicologia umana in: core psychology (che comprende le capacità comuni a tutti gli esseri umani) e distinctive psychology (che riguarda aspetti unicamente miei come memoria, esperienza, capacità ecc.). Insomma, per avere identità personale, secondo il criterio fisico, basta conservare la core psychology. Per verificare la sopravvivenza, dunque, non basta un’analisi delle funzionalità biologiche, ma occorre verificare l’attività cerebrale e confrontarla con quella degli altri esseri umani. Si noti che qui non si sta affermando che l’esistenza del cervello è necessaria e/o sufficiente per la mia esistenza nè che io sono essenzialmente il mio cervello. Esso potrebbe infatti essere sostituito, non in maniera improvvisa, con parti equivalenti di silicio fino ad avere un cervello completamente di silicio. Se infatti, durante l’operazione, la core psychology si è mantenuta intatta, allora, indipendentemente dall’avere il cervello fatto di neuroni o di silicio, la mia identità personale è rimasta intatta. È tuttavia necessario che questa operazione non avvenga in maniera repentina, affinché la core psychology rimanga inalterata. Occorre infine sottolineare che, per la sopravvivenza dell’identità personale, serve un altro requisito per la continuità fisica: la constitutional cohesion. Se divido cioè il cervello in pezzi troppo piccoli e li “rimonto assieme”, non ho la continuità fisica che invece avrei dividendo il cervello in pezzi “abbastanza grossi”. Riguardo i due casi guida dunque per il criterio fisico:

    1. nel caso del vegetale umano io non sopravvivo poiché viene compromessa anche la core psychology (ad esempio non posso nemmeno muovermi in senso di entelechia, caratteristica che invece è presente in tutti gli altri esseri umani);

    2. nel caso del trapianto del cervello, Y è la persona con il corpo nuovo, poiché è egli che ha mantenuto il cervello intatto, sede della core psychology.

    Insomma, il criterio fisico dà particolare importanza alla psicologia della persona limitandola però alle caratteristiche comuni con gli altri esseri umani. Rimangono tuttavia “nebulose” alcune precisazioni come quelle della constitutional cohesion che si basa sull’affermazione di pezzi di cervello “abbastanza grossi”. A parte questa precisazione, reputo il criterio fisico una posizione rispettabile, un giusto mezzo per chi non vuole limitare l’importanza dell’identità personale alla biologia, ma che al contempo non vuole nemmeno azzardarsi ad affermare una continuità della distinctive psychology, fatto che invece, come stiamo per vedere, afferma l’approccio psicologico.

    5 – L’approccio psicologico

    Secondo l’approccio psicologico ciò che caratterizza la sopravvivenza dell’identità personale è la continuità psicologica. C’è continuità psicologica se e solo se c’è una catena di connessioni forti (memoria, credenze, carattere ecc.). Ovviamente queste connessioni non devono essere mantenute in toto, ma basta che rimangano “forti”. Posso cioè non ricordarmi cosa ho fatto il mio primo giorno di scuola, ma questo non significa che quel bambino non fossi io, poiché tra me e lui c’è una catena di connessioni psicologiche forti che rimangono inalterate. Il filosofo britannico Derek Parfit (che incontreremo ampiamente più avanti nel corso della pubblicazione) precisa che possono esistere tre tipologie di approccio psicologico e la loro differenza dipende dalla causazione che intercorre nella continuità psicologica. La causazione presente nella continuità psicologica può essere: normale, affidabile o qualsiasi. Analizziamole tutte e tre:

    1. per causa normale si intende la continuità di un cervello nel tempo;

    2. per comprendere la causa affidabile, immaginiamo uno scenario che ci tornerà utile più avanti.

    È stato creato un teletrasporto che clona gli stati atomici della persona nel punto A e li replica, in maniera affidabile, nel punto B. Mentre la replica viene costruita nel punto B, quella del punto A viene disintegrata. In questa maniera la persona che entra nel teletrasporto nel punto A, ne uscirà identico nel punto B.
    Poiché il teletrasporto replica in maniera affidabile ogni atomo della persona, esso è una causa affidabile di continuità psicologica. Se si abbraccia la causa affidabile, quindi, la persona che entra nel teletrasporto nel punto A è identica alla persona che ne esce nel punto B. Si noti che, invece, se si abbraccia la causa normale, non essendoci continuità spaziale tra i cervelli nei punti A e B, occorre affermare che l’identità personale non è sopravvissuta (dunque la persona che è entrata nel punto A ha cessato di esistere e contemporaneamente è stata generata un’altra persona del tutto identica a quella persona del punto A, ma che non è essa);

    3. il terzo tipo di causazione implica invece che qualsiasi tipo di causazione sia prevista, purchè rimanga la continuità psicologica. Immaginiamo un teletrasporto affidabile al 60%. Esso produrrà una replica che avrà il 60% della memoria, delle capacità, del carattere ecc. della persona replicata. Per la causazione affidabile, la replica non sarà la stessa persona rispetto a quella replicata; certamente essa avrà un 60% di tratti in comune, ma le due persone non saranno identiche. Se abbracciamo invece la causazione qualsiasi, anche in questo caso, poiché tra replica e persona replicata vi è comunque una certa continuità psicologica dovuta a connessioni forti, allora, indipendentemente dalla causa che ha prodotto tale continuità, esse sono la stessa persona.

    Si noti che il criterio fisico può essere visto come un criterio “fratello” dell’approccio psicologico, con la differenza che quest’ultimo tiene in considerazione la distinctive psychology che invece risulta superflua nel criterio fisico. Le risposte circa i due casi guida del feto e del trapianto del cervello sono analoghe a quelle del criterio fisico.
    Occorre specificare che, sia l’approccio psicologico che il criterio fisico, affermano che la sopravvivenza dell’identità personale è soddisfatta soltanto se non esistono situazioni ramificate. Immaginiamo il caso in cui il teletrasporto non disintegri il soggetto che entra nella postazione A, ma si limiti a duplicarlo nella posizione B. Insomma, avremmo due soggetti identici sia in A che in B. Ovviamente, sia secondo l’approccio biologico che secondo la causa normale dell’approccio psicologico, i soggetti in A e in B non sono la stessa persona. La stessa conclusione può essere ottenuta in tutti gli altri casi solo specificando che la continuità fisica, nel caso del criterio fisico, o la continuità psicologica, nel caso dell’approccio psicologico, non implichi la sopravvivenza dell’identità personale nei casi di persone “duplicate”. Ecco perché si specifica che non devono esserci ramificazioni, dove con quest’ultima parola s’intende l’equivalente del concetto, forse più familiare, di clonazione.

    6 – Note e sintesi

    Considerando d’ora in poi il criterio fisico come un caso particolare di approccio psicologico, si noti che:

    1. l’approccio biologico risolve il problema del feto a differenza dell’approccio psicologico;
    2. per l’approccio psicologico noi siamo essenzialmente persone, mentre per l’approccio biologico essere persona è una caratteristica accidentale;
    3. per l’approccio psicologico occorre specificare l’assenza di forme ramificate, diversamente si otterrebbero delle conseguenze assurde (per Olson l’invenzione di questo requisito ad hoc è sufficiente a preferire l’approccio biologico);
    4. nel caso di sostituzione graduale cibernetica del cervello (in cui sostituisco gradualmente i neuroni con parti di silicio equivalenti funzionalmente), secondo l’approccio biologico io non sopravvivo, poiché ciò che si ottiene non è più una vita pienamente biologica;
    5. secondo l’approccio psicologico, le condizioni della nostra sopravvivenza sono differenti, in un senso importante, dalle condizioni della persistenza degli oggetti materiali. Invece per l’approccio biologico tale differenza non ha un senso importante (siamo cioè più simili agli oggetti di quanto potevamo pensare);
    6. secondo l’approccio biologico, la continuità psicologica è del tutto irrilevante, non importa che essa sia core psychology o distinctive psychology.

    Prima di passare alla discussione del prossimo problema occorre introdurre due grossi problemi e vedere come gli approcci affrontati li risolvano:

    1. problema della sostituzione: sostituisco gradualmente il mio cervello biologico mentre rimango cosciente. Per l’approccio biologico io, ad un certo punto, smetto di esistere e qualcos’altro avrà quella continuità di coscienza che prima avevo. L’impossibilità di definire un momento preciso in cui io “smetto di esistere” è un grave problema teorico all’approccio biologico;
    2. problema del trapianto (versione avanzata scritta da Olson): il cervello di Prince viene messo nel cranio di Cobbler e viceversa. Denominiamo il corpo di Prince come brainless (senza cervello) e quello di Cobbler come brainy (con il cervello), specificando che ad essere trapiantati sono soltanto i due emisferi, non il tronco encefalico, né il cervelletto. L’intuizione comune vuole che Prince si trovi nel corpo di Cobbler, intuizione che trova accordo con l’approccio psicologico (per tutte e 3 le tipologie di causazione), ma che non trova accordo con l’approccio biologico (poiché tronco encefalico e cervelletto, essenziali per la continuità biologica, non vengono trapiantati). Anche questo è un grave problema per l’approccio biologico. Si noti anche che, secondo l’approccio biologico, se la sostituzione del cervello di Prince in quello di Cobbler, fosse graduale, brainy rimarrebbe Cobbler (conclusione intuitivamente assurda).

     

    Riassumiamo i tre gruppi ideologici che abbiamo analizzato:

     

    Approccio biologico

    Criterio fisico

    Approccio psicologico

    L’identità personale sopravvive solo se vi è

    Una continuità biologica delle funzioni animali (metabolismo, capacità di respirazione, di circolazione ecc.)

    Una continuità della core psychology (capacità comuni a tutti gli esseri umani)

    Una continuità psicologica di connessioni forti della distinctive psychology (memoria, carattere, capacità ecc.)

    Sottocategorie

    Causazione normale, affidabile e qualsiasi (anche il criterio fisico può rientrare in una sottocategoria dell’approccio psicologico)

    Problema del vegetale umano

    Io sono il vegetale umano

    Non lo sono

    Non lo sono

    Problema del trapianto dei 2 emisferi

    Sono il corpo vecchio con il cervello nuovo

    Sono il corpo nuovo con il cervello vecchio

    Sono il corpo nuovo con il cervello vecchio

    Criticità

    Sostituzione graduale del cervello biologico (in un momento imprecisato smetto di esistere), intuizione del trapianto (Prince rimane brainless anche dopo la rimozione del cervello)

    Per evitare difficoltà nei casi di ramificazione viene inserito un requisito ad hoc

    Per evitare difficoltà nei casi di ramificazione viene inserito un requisito ad hoc

     

    In conclusione: l’intuizione del trapianto di cervello avanzata da Olsen dà parecchia ragione all’approccio psicologico. Allo stesso tempo le conseguenze assurde dell’approccio psicologico sui casi di divisione danno altrettanta ragione all’approccio biologico. A cosa diamo dunque più importanza? A cosa rinunciamo? In base alla vostra risposta a queste domande dovreste già avere in mente a quale approccio siete più simpatetici. Per approfondire il discorso, passiamo ora alla trattazione monotematica riguardante i casi di fissione.

    7 – Strani casi di fissione

    Se gli esempi finora esposti sembrano piuttosto fittizi, ciò non significa che i ragionamenti e le conclusioni logiche che ne derivano siano meno fondate delle situazioni che viviamo quotidianamente. Gli esperimenti mentali, infatti, seppur potrebbero non essere mai realizzabili per qualsiasi motivo (per l’assenza della tecnologia adatta a replicarli, ad esempio), la veridicità delle conclusioni che ne ricaviamo vanno comunque paragonate alle conclusioni di un esperimento scientifico realmente effettuato. La capacità immaginativa umana, se saputa usare, può portarci a riflessioni sensate che hanno ripercussioni nella vita di tutti i giorni (per approfondire la veridicità degli esperimenti mentali si veda il libro “Esperimenti mentali in filosofia” di Andrea Guardo). Abbiamo finora accennato a casi di ramificazione in cui, attraverso un teletrasporto piuttosto lontano dallo stereotipo che si ha su di esso, si facevano coesistere nello stesso tempo due esseri del tutto identici qualitativamente (anche a livello psicologico). Data la difficoltà dell’arrivare ad una conclusione sensata per la sopravvivenza dell’identità personale nei casi di ramificazione, l’approccio psicologico se ne sbarazza semplicemente negando una continuità in questi casi. Anche se magari nessuno soffrirà davvero per una soluzione così ad-hoc (a causa della nostra attuale lontananza da tecnologie di teletrasporto così funzionanti), esistono tuttavia dei casi realmente accaduti per cui vale la pena riflettere ulteriormente su cosa comporta la ramificazione. Per fissione intendiamo quei casi di ramificazione in cui una singola persona si “scinde” in due o più persone identiche tra loro. Nei gravi casi di epilessia viene effettuata un’operazione chiamata callosotomia che consiste nel recidere il corpo calloso (quella parte di cervello che mette in comunicazione i due emisferi). L’assenza di corpo calloso porta ad una scissione della persona in due “sub-persone” che non comunicano tra loro. Le persone che hanno subito questa operazione (pazienti cosiddetti split-brain) ammettono di avere una specie di dicotomia di flussi di coscienza indipendenti, due persone all’interno dello stesso corpo. Se viene infatti fatto vedere a questi pazienti contemporaneamente il colore rosso solo all’occhio sinistro e il colore blu solo all’occhio destro, essi affermano di vedere un solo colore. Se gli si chiede però di scrivere con la mano destra che colore vedono risponderanno rosso, viceversa diranno blu (l’emisfero destro è collegato alla parte sinistra del corpo e viceversa). Insomma, in realtà ogni emisfero afferma di vedere un colore e, in base quale emisfero si interroga, esso risponderà il colore corrispondente. Cosa dobbiamo affermare in questo strano caso di fissione “interna”? L’identità personale del paziente pre e post callosotomia viene conservata? Astraiamo, da questo caso reale, un altro caso.
    Immaginiamo di avere a disposizione un corpo identico del paziente X a cui viene asportato soltanto un emisfero (vi sono casi di emisferotomia, in cui le persone sopravvivono con uno solo dei due emisferi). Prendiamo questo emisfero e mettiamolo nel corpo duplicato che avevamo. Abbiamo ora due persone (entrambe con un emisfero dell’originario paziente X) che affermano di essere X ed in effetti entrambi hanno continuità psicologica con X. A chi dobbiamo credere? Le opzioni a nostra disposizione in questo caso sono 4:
    1. X non sopravvive. In questo caso affermo che X esiste fintanto che l’altro emisfero asportato non viene immesso in nessun altro corpo;
    2. X è la persona che possiede l’emisfero destro;
    3. X è la persona che possiede l’emisfero sinistro;
    4. X è entrambe le persone.

    Escludiamo immediatamente i casi 2 e 3, poiché non esiste una lateralizzazione cerebrale di quella che è definita come identità personale. Essa cioè non è solo in un emisfero, ma è un qualcosa che emerge da entrambi gli emisferi e che sembra mantenersi anche dopo l’asportazione di un emisfero.
    Il caso 1 è ancora più assurdo. Immaginiamo che X credi nell’ipotesi 1 e che sia sicuro di essere sopravvissuto, poiché è convinto che l’emisfero asportato non è stato inserito in nessun altro corpo. E se, anni dopo, scoprisse che il suo altro emisfero è stato invece impiantato in un altro corpo? Dovrebbe allora affermare di essersi sbagliato per tutto questo tempo e che in realtà nel momento in cui è stato utilizzato il suo altro emisfero lui è “appena nato”? Tutto ciò ovviamente ha un che di ridicolo.
    Accettiamo allora l’opzione 4? Immaginiamo di fare ciò. X1 e X2 allora, entrambi X, vivranno in luoghi differenti e diventeranno allora esteticamente diversi. Uno avrà la barba, l’altro no, uno amerà praticare sport, l’altro gli affari ecc. Fatto sta che, casualmente i due si ritrovano anni dopo a giocare a tennis senza riconoscersi a vicenda. Abbracciando la soluzione 4, dovremmo dire che a noi sembra di vedere due persone che giocano a tennis, ma in realtà essendo entrambe X, è una persona che gioca a tennis con sé stessa!!! Anche questa soluzione a quanto pare sembra toccare l’assurdità.
    Eppure, esistono delle alternative da poter scegliere. Si potrebbe ad esempio affermare che anche prima dell’operazione chirurgica esistevano 2 persone in un corpo. Questa è la soluzione che abbraccia il filosofo Roland Puccetti affermando che, in ogni persona, ci sono 2 coscienze che coesistono e che, nel quotidiano, non ci accorgiamo di nulla poiché entrambe le coscienze ricevono gli stessi identici input e comunicano tra di loro. Anche questa alternativa ha un che di controintuitivo.
    Insomma, quando si parla di casi di ramificazione non c’è soluzione che non implichi una qualche controintuitività.

    “In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima”

    Carl Gustav Jung

    8 – Conclusioni parfittiane

    Dalle riflessioni svolte il già citato filosofo Derek Parfit ne deduce due conclusioni: una di carattere normativo e una di carattere metafisicoTutte le citazioni di Parfit che farò nel corso della pubblicazione sono tratte dal suo libro “Ragioni e persone”.

    • Conclusione normativa

    Il filosofo inglese definisce come relazione R “la connessione psicologica e/o la continuità psicologica con la giusta causazione”. Data questa definizione, egli afferma che ciò che conta non è l’identità personale, ma la relazione R.
    Per comprendere questa sua interessante teoria dobbiamo ben comprendere la definizione di relazione R che lui propone. Analizziamola insieme. Intanto la relazione R si poggia sul generico approccio psicologico (non sull’approccio biologico, né sul criterio fisico). Parfit, accettando l’approccio psicologico (che reputa il più intuitivo da abbracciare), non dà la supremazia a ciò che abbiamo chiamato continuità psicologica, ma la coordina assieme ad una qualsiasi connessione psicologica. Insomma, per la relazione R non è importante avere una persona che mantiene ricordi, carattere, capacità ecc., basta avere anche solo una di queste connessioni psicologiche. In questa maniera la relazione R richiede molti meno requisiti rispetto a quelli dell’identità personale. Inoltre l’inventore di questa denominazione dà libera scelta a ciascuno di noi nello scegliere la causazione che più ci aggrada nella continuità psicologica (causa normale, affidabile o qualsiasi). Una volta data questa definizione molto meno priva di vincoli, Parfit la pone normativamente come superiore d’importanza all’identità personale. Insomma, Parfit ci dice che, quando siamo di fronte ad un particolare caso in cui è importante chiedersi se la persona che abbiamo davanti è la stessa di quella che c’era un tot di tempo fa, non possiamo stare lì ad analizzare la piena continuità psicologica, ma sta al nostro buon senso riconoscergli la relazione R.
    Ritornando all’esempio del trapianto del cervello di Cobbler e Prince: dopo il trapianto, a quella che era la moglie di Prince non importerà la sopravvivenza dell’identità personale di suo marito, quanto il fatto di chi riconoscerà come “il suo vecchio Prince”. Ella potrebbe riconoscere come suo marito brainless (l’ex corpo di Prince), perché per lei è importante il corpo fisico, così come potrebbe scegliere brainy (l’ex corpo di Cobbler), perché egli ha parecchie connessioni psicologiche con suo marito (dato che ha il suo cervello). Infine, la moglie potrebbe persino scegliere di credere che Prince è “morto”, dato che non vi è più nessuno che è in toto (corpo e mente) il suo vecchio Prince. Sicuramente, a livello intuitivo, la moglie di Prince sarà più interessata alla relazione R che all’identità personale e, in questo, mi pare che Parfit abbia certamente ragione.
    Si noti che possiamo addirittura introdurre una nozione normativa di persona che ammette la possibilità di una stessa identità di essere compresente in persone diverse. Prince, prima dell’operazione, non dovrebbe avere paura di smettere di esistere dato che, se accetta la superiorità d’importanza della relazione R sull’identità personale, allora, dato per scontato il successo dell’operazione chirurgica, sicuramente ci sarà un suo “successore parfittiano”, un qualcuno cioè che abbia con lui connessione e/o continuità psicologica con la giusta causazione.
    Citando Parfit su una particolarità della sua tesi: «Alcuni ritengono che l’identità di ogni cosa debba sempre essere determinata. Costoro fanno propria una versione rigida della dottrina secondo cui non c’è entità senza identità. […] Non è vero che la nostra identità è sempre determinata».
    Per dimostrare inoltre che ognuno di noi dovrebbe accettare la sua conclusione normativa, il filosofo espone ed analizza la formula: “PI=R+U”, dove per PI si intende “identità personale” (personal identity), R sta per quella che abbiamo già descritto come “relazione R” e U sta per “assenza di forme ramificate”. A tal proposito egli aggiunge: «La presenza o l’assenza di U può determinare una grande differenza nel valore di R? Come argomenterò, questo non è plausibile. Se io avrò una relazione R con una persona futura, la presenza o l’assenza di U non determinerà alcuna differenza nella natura intrinseca della mia relazione con quella persona. […] Se l’aggiunta di U non accresce in maniera notevole il valore di R, R deve essere ciò che fondamentalmente conta; e PI conta principalmente solo in virtù della presenza di R».
    Personalmente rivedo nelle riflessioni di Parfit un tocco di genialità per porre fine a tutti i “problemi esistenziali” riguardo la sopravvivenza o meno dell’identità personale. Eppure, tutto ció è una conclusione puramente normativa. Parfit affida a ciascuno di noi la scelta se far divenire la sua tesi, secondo cui ciò che conta è la relazione R, una norma mentale o meno. Quella che però qui è soltanto una possibile norma diviene una vera e propria filosofia di vita con la successiva conclusione che ci propone Parfit: la conclusione metafisica.

    • Conclusione metafisica: riduzionismo VS esistenza separata

    Secondo coloro i quali credono che l’identità personale vada ricondotta ad un’esistenza separata, essa è una specie di ego cartesiano separato da tutto il resto, inseparabile al suo interno (un’entità compatta) e verso la quale non ci sono gradazioni di esistenza. Essa c’è o non c’è, non esistono vie di mezzo. Si noti che questa teoria è compatibile con il concetto di anima di alcune religioni, un’anima che può staccarsi dal corpo, che coincide con ciò che siamo “nel profondo” e che, per alcune religioni, si può reincarnare.
    Per i riduzionisti, invece, l’identità personale è definibile in una serie di fattori minori (la formula PI=R+U ad esempio è riduzionista). Occorre precisare che essere riduzionisti non significa per forza essere fisicalisti, un riduzionista infatti può tranquillamente ridurre l’identità personale in fattori non fisici.
    Tornando al teletrasporto affidabile (che non mantiene repliche) ipotizziamo, come fa Parfit, che esso colleghi la Terra a Marte. Per il riduzionismo non ha senso chiedersi se l’uomo su Marte dopo il processo di teletrasporto è la stessa persona di quella sulla Terra; la risposta a questo quesito è una convenzione di ciascuno di noi. Da riduzionisti possiamo semplicemente dare una descrizione del funzionamento del teletrasporto senza tuttavia dare risposte metafisiche riguardo la sopravvivenza dell’identità personale.
    Parfit prosegue: «Se crediamo di essere entità esistenti separatamente, possiamo credere che ciò che conta é l’identità personale? Alcuni autori pensano di sì. Io argomenterò che non possiamo. […] Pertanto sosterrò anche che per lo più noi abbiamo una visione falsa di noi stessi e della nostra vita reale. […] Solo se siamo entità esistenti separatamente può essere vero che la nostra identità dev’essere determinata».
    In uno degli argomenti di Parfit (il cosiddetto “combined spectrum”) si dimostra che la scelta più intuitiva da abbracciare è appunto il riduzionismo. Mi pare ovvio tuttavia che non vi siano criteri logici su cui si possa abbracciare una visione anti-riduzionista. Per questo motivo non riporterò, nella seguente pubblicazione, queste argomentazioni.
    Da quanto detto finora ne risulta la seguente conclusione: per quanto possa sembrarci strano, se abbracciamo il riduzionismo, non possiamo sempre determinare l’identità personale. Oltre che strana (e per alcuni versi controintuitiva), reputo questa riflessione parecchio affascinante, ma ancora più affascinante è la profonda consapevolezza con cui Parfit descrive le due posizioni che abbiamo appena descritto.
    «Secondo la concezione riduzionistica, la continuità della mia esistenza implica solo la continuità fisica e psicologica. Secondo la concezione non riduzionistica, essa implica un fatto ulteriore. È naturale credere in questo fatto ulteriore, così come lo è credere che, in rapporto a ciò che continua, quel fatto è qualcosa di profondo: il fatto che conta realmente. Quando, nel caso del teletrasporto, ho paura di non essere io ad andare su Marte, la mia paura è che quella causa eccezionale possa non riuscire a produrre questo fatto ulteriore. […] Quando arrivo a rendermi conto che la continuità della mia esistenza non implica questo fatto ulteriore, non ho più ragione per preferire un viaggio in navicella spaziale. […] Se mi immagino sul punto di premere il pulsante verde [che attiverebbe il teletrasporto], mi riesce difficile pensare che chiedermi se sto per morire o se invece mi sveglierò di nuovo su Marte non significhi porre un problema reale. Ma, come ho argomentato, questa credenza non può essere giustificata se non a condizione che io sia un’entità esistente separatamente, distinta dal cervello e dal corpo. L’io cartesiano è un’entità di questo tipo. Ma, come ho affermato, a favore di questa concezione non c’è alcuna prova, mentre ce ne sono molte contro di essa […] Passare mentalmente in rassegna argomenti del genere può bastare a ridimensionare la mia paura e a convincermi a premere il pulsante verde. Ma ho l’impressione che non riuscirò mai a distrarmi completamente della mia credenza intuitiva nella concezione non riduzionistica. È difficile essere serenamente sicuri di queste conclusioni. È difficile credere che l’identità personale non sia ciò che conta. Se domani qualcuno sarà nel dolore, è difficile pensare che chiedersi se a soffrire quel dolore sarò io significhi porsi una questione vuota. Ed è difficile credere che, se sono sul punto di perdere coscienza, possa non esserci alcuna risposta alla domanda: 《Sono sul punto di morire?》 Una volta Nagel ha detto che è psicologicamente impossibile credere nella concezione riduzionistica. Budda ha detto che, pur essendo molto difficile; non è impossibile. Personalmente trovo che Budda abbia ragione. […] I dubbi e le paure restano, ma mi sembrano irrazionali. Dal momento che in questa concezione io riesco a crederci, presumo che possano farlo anche gli altri. Non ci è impossibile credere alla verità su noi stessi».
    Occorre precisare che Parfit accetta l’esistenza della persona e la sua distinzione da cervello, corpo ed esperienza, ma essa non è un’entità esistente separatamente.
    Poi conclude: «La verità è forse deprimente? Alcuni lo pensano. Al contrario io la trovo liberatrice e consolante. Quando credevo che la mia esistenza fosse quel fatto ulteriore, io mi sentivo imprigionato in me stesso. La mia vita mi sembrava un tunnel di vetro in cui, anno dopo anno, mi muovevo sempre più velocemente, e alla fine del quale c’era il buio. Quando cambiai opinione, le pareti del mio tunnel di vetro scomparvero. Ora vivo all’aria aperta. C’è ancora una differenza tra la mia vita e quella degli altri, ma una differenza minore. Gli altri mi sono più vicini. Io mi interesso di meno del resto della mia vita e mi interesso di più della vita degli altri. Quando credevo nella concezione non riduzionistica, inoltre, mi preoccupavo di più dell’inevitabilità della morte. Dopo la mia morte non ci sarà più alcun essere vivente che sia me. Ora questo fatto lo posso ridescrivere. Dopo, di esperienze ce ne saranno ancora molte, ma nessuna di esse sarà collegata alla mie esperienze attuali per il tramite di connessioni così dirette come quelle insite nel ricordo di esperienze passate o nell’esecuzione di un’intenzione precedente. Alcune di queste esperienze future potranno collegarsi alle attuali in modi meno diretti. Della mia vita, allora, ci saranno dei ricordi. E potranno esserci pensieri influenzati dai miei, cose che saranno il frutto dei miei consigli. La mia morte spezzerà i collegamenti più diretti tra le mie esperienze attuali e le esperienze future, ma non interromperà molte altre relazioni. […] Invece di dire: «Sarò morto», dovrei dire «Non ci sarà alcuna esperienza futura che sia collegata in certi modi alle mie esperienze presenti». Questa ridescrizione, ricordandomi che cosa comporti il fatto della mia morte, me lo rende meno deprimente».

    9 – Considerazioni personali

    • Su Parfit

    In questo capitolo apposito presenterò le mie ideologie riguardo al problema sull’identità personale e commenterò in particolare le posizioni, sopra esposte, di Parfit. Personalmente credo che sia l’approccio biologico che il criterio fisico riducano l’identità personale ad aspetti, sì importanti, ma non sufficienti a descrivere la sopravvivenza di qualcuno in quanto identità personale. Le basi biologiche sono sicuramente necessarie per l’emergere delle qualità psicologiche di un individuo, ma non si può risolvere una questione tanto importante limitandosi alle basi biologiche. È per questo che, abbracciando l’approccio biologico, si arriva a idee controintuitive come negli esempi del trapianto di cervello di Prince e Cobbler e della sostituzione graduale del cervello. Allo stesso modo, il criterio fisico si basa già sulla tanto importante psiche, ma ne considera solo le basi comuni a tutti gli esseri umani (la core psychology). A mio avviso sta proprio nella distinctive psychology che ricerchiamo l’identità di una persona: essa è i suoi ricordi, il suo carattere, le sue emozioni, i suoi talenti. Sicuramente appoggio l’approccio psicologico, ma che dire riguardo al tipo di causazione? A livello intuitivo abbraccerei la causa normale seppur non reputo questa decisione tanto essenziale, poichè condivido le intuizioni di Parfit su “ciò che conta è la relazione R e non l’identità personale”. La formula PI=R+U mostra in maniera analitica le sue intuizioni riduzionistiche che sono in grado di confortare chiunque abbia intravisto le potenzialità del metodo parfittiano senza però avere il coraggio di abbandonare quella visione non riduzionistica a cui un po’ tutti siamo legati. Nella mia visione, la parola anima riflette la distinctive psychology così come la parola spirito ha le sue radici nel cogito pre-riflessivo che ci dà un “punto di vista unico sul mondo”. Non potendo rifugiarsi dunque in alcun dualismo di tipo cartesiano, il riduzionismo è d’obbligo. Ed esso non è nemmeno tanto pessimistico, anzi reputo che sia una soluzione alla visione troppo individualistica della “società moderna”. Giustamente Parfit menziona il Budda, ma per quale motivo? Il Budda affermava di poter arrivare in uno stato (il nirvana) in cui l’individualità si dissolve permettendo di vivere con una nuova consapevolezza: la consapevolezza che non esiste un vero e proprio io e che, proprio per questo, c’è qualcosa che ci accomuna un po’ tutti e che non si può estinguere con la morte di una singola persona (anche se quella persona sono io). Parfit fa notare che, se ciò che conta è la relazione R, allora io, in qualche modo, sopravviverò (in un certo senso), disperso in una moltitudine di altre persone. Esisteranno infatti per forza persone che hanno una qualche minima connessione psicologica con me e che sopravviveranno alla mia morte. 

    • Una metafora esistenziale

    Attraverso una metafora possiamo vedere la morte di una persona, intesa come identità personale, come un soffio dato ad un dente di leone (il tarasacco comune). Prima di queste considerazioni davamo importanza al fatto che la pianta, così piena di semi (che possiamo considerare come connessioni psicologiche), adesso è vuota (un cadavere): quell’insieme unico di piume bianche non vi è più. Ora però riconosciamo che l’importante non è l’oblio della pianta, ma la sopravvivenza di quei semi, di quelle connessioni, che si sono disseminate nell’aria; questo significa abbracciare la maggior importanza della relazione R. Significa considerare gli altri come parte di noi, parti che sopravviveranno. In questo senso è normale che, davanti al teletrasporto, io sia molto più tranquillo nel premere il pulsante verde. Infatti sopravvivere o meno non è più così tanto importante, l’importante sarà che una qualche parte di me (una qualche connessione psicologica) sopravviverà alla fine della mia identità personale. In questo senso viviamo una sorta di morte continua. Il mio cervello infatti è plastico e si modifica in continuazione, ogni giorno non sono mai la persona di ieri; nonostante ciò continua ad esserci un individuo che ha delle forti connessioni psicologiche con me. La morte, così come la intendiamo, sarebbe solo una versione “accelerata ed improvvisa” di ciò che avviene tutti i giorni. La differenza è che, mentre quotidianamente perdiamo una marea di cellule morte, quando moriamo lasciamo un intero corpo di cellule morte. In questo senso la morte stessa assume tutto un altro significato, mutando in una consapevolezza che probabilmente è molto vicina a quella della filosofia di vita buddista.

    • Il flusso di coscienza

    La mia personale visione su ciò che, seppur mutevole in qualsiasi altro aspetto, continuo giorno per giorno ad identificare con me stesso è, oltre che pura continuità psicologica, una continuità di coscienza (seppure a stati mutevoli). In ciò la mia visione si rispecchia nella posizione del filosofo francese Henry che ripropongo qui sotto con le parole tratte dal libro “La mente fenomenologica” di Gallagher e Zahavi:
    «Michel Henry ha più volte caratterizzato il sè come un’autoaffezione interiore. Nella misura in cui la soggettività rivela se stessa a se stessa, è un sé. O come scrive in uno dei suoi primi lavori, Philosophy and Phenomenology of the Body: «L’interiorità della presenza immediata a se stessi costituisce l’essenza dell’ipseità». È proprio perché la coscienza è come tale caratterizzata da un’autocoscienza primitiva e tacita che è appropriato descriverla come un tipo fondamentale di ipseità nei confronti dei fenomeni esperienziali. Più precisamente, Henry collega una nozione basilare del sé con la datità in prima persona della vita esperienziale».

    10 – Ulteriori riflessioni

    • Cos’è l’uomo?

    Pensavamo che l’individualità fosse un albero saldo di cui andavano indagate le radici. Abbiamo scavato e scavato sempre di più trovando tante caratteristiche che potevano sembrare delle possibili radici; tutte però ci sono risultate insufficienti. Abbiamo allora alzato gli occhi verso l’alto notando la “magia” che tiene insieme l’albero, una magia che ci ha fatto certamente notare la convenzionalità e in un certo senso la fittizietà dell’albero stesso, ma soprattutto abbiamo scoperto che non era tanto l’albero l’oggetto a cui dovevamo rivolgere la nostra attenzione, quanto quella “magia” che lo tiene assieme. Trovando in Parfit un maestro, ci siamo lasciati trascinare nel fiume delle sue argomentazioni riscoprendo la grande importanza della relazione R e ridandole il trono che le spetta, un trono che, antiche filosofie le avevano riscattato, ma che la società moderna ha celato. Ma, se a livello ontogenetico, ciò che ci tiene assieme in prima persona è un’autoaffezione interiore, cosa fonda a livello filogenetico il concetto di “uomo”?
    Le due domande sono molto più correlate di quel che si possa credere. La prima riguarda ognuno di noi, dalla nascita fino alla morte, la seconda riguarda il genere umano dalla sua ipotetica genesi alla sua estinzione. Si noti che con la parola uomo non mi riferisco alla specie umana biologicamente data (homo sapiens, secondo la definizione tassonomica), ma all’uomo in quanto concetto universalmente identico.

    • Genealogia di un concetto

    Per la prima volta, il concetto di humanitas è rintracciabile negli antichi romani (Cicerone ad esempio ne parla) che lo descrivono come un qualcosa che va conquistato, una civilizzazione. I romani a loro volta attribuiscono l’invenzione del termine ai greci, ma tutto ciò risulta essere un espediente per dare fondatezza ad un concetto che, in realtà, nessuno fino ad allora aveva sviluppato. Si può affermare che una certa importanza alla soggettività la danno gli antichi lirici greci, ma essi non concepiscono ancora l’uomo così come lo facciamo noi (su questo argomento ne tratta bene il filologo tedesco Bruno Snell nel libro «La cultura greca e le origini del pensiero europeo”). Snell afferma: «è presunzione razionalistica affermare che esiste uno “spirito” umano universale, sempre eguale a se stesso». Per Snell, perfino il concetto per noi tanto intuitivo di “anima”, come fatto ulteriore non riduzionista, è stato inventato da Eraclito. Il filologo afferma che: «con questa distinzione fra corpo e anima si è “scoperto” qualcosa che s’impone in modo tanto evidente alla coscienza, che d’allora in poi lo si considera ovvio. […] La rappresentazione della profondità è sorta proprio per designare la caratteristica dell’anima, che è quella di avere una qualità particolare che non riguarda né lo spazio nè l’estensione, anche se poi siamo costretti a usare un’immagine spaziale per designare questa qualità aspaziale».
    E ancora, come afferma Michel Foucault in “Le parole e le cose”: «L’uomo è un’invenzione recente»; un’invenzione che si consolida con la nascita delle scienze umanistiche nel 1800. L’uomo si differenzia dagli altri animali in quanto avrebbe dentro di sè un’anima che, nel caso dei pitagorici si configura come essenza, come flusso e riflusso del sè in Eraclito, come qualcosa di fondante in Platone, come volontà di potere nel pensiero medievale e come volontà, responsabilità e libertà in Nietzsche. La società moderna ha raggruppato tutto ciò, un po’ confusamente, nel concetto di umanità, isolandolo dalla natura; come se noi uomini fossimo un tutt’altro rispetto agli altri esseri viventi.

    11 – Conclusione “poetica”: il dubbio filosofico

    Reputo che, alla stessa maniera in cui abbiamo sfatato le radici salde dell’identità personale, possiamo sfatare il saldo concetto di uomo così come lo concepiamo. Filogeneticamente l’uomo non ha radici solide, l’uomo è un concetto culturalmente trasmesso. Ed è questa stessa cultura che ha innestato nella nostra mentalità la visione non riduzionistica dell’identità personale. È solo con la cauta analisi filosofica da ricercatore che possiamo smontare i dogmi che la cultura ci ha imposto. Tanto l’identità personale, quanto l’uomo in generale, sono delle convenzioni tramandate da generazione in generazione. La filosofia e il suo giusto utilizzo, in questo senso, divengono una lampada in grado di schiarire le ombre che tanto ci circondano. Un chiarore, che seppur minuscolo rispetto al buio che ci avvolge, è capace di mettere in dubbio la nostra stessa esistenza ed è perciò in grado di modificare il nostro vivere quotidiano. In meglio, si spera. Ma forse pure la morale del meglio e del peggio è frutto di convenzioni culturali. Forse.

    Prossimamente da Lupo Stefano

    "Sul nichilismo ontologico"
    Sfoglia le impronte

    Sul monopolio delle emozioni e sulle catene della volontà

    Siamo in guerra. Una guerra invisibile per il dominio delle nostre emozioni. La nostra autentica personalità viene ogni giorno incatenata inconsapevolmente da noi stessi. La prima arma di difesa è la conoscenza. Ecco racchiusa in una sintetica ricerca italiana tutto ciò che c’è da sapere sul come evitare di rimanere delle macchine prima che sia troppo tardi.

    Il Foglio Bianco

    Abbiamo cambiato il foglio di carta con un foglio digitale. Pronto ad essere spento in un attimo e perduto per sempre.

    L’anima perduta

    Spesso abbiamo bisogno di soffrire per scoprire quanto è bello emozionarsi ed emozionare: vivere.

    Fiamma Ardente

    Da bambini si è così spensierati che ci si riesce ad esprimere in maniera libera e autentica come non mai. Ecco un disegno dell’infanzia che ripercorre i ricordi del passato illustrando la fiamma che brilla dentro ognuno di noi!

    Accade

    Accade un giorno che…

    Il giorno in cui l’uomo contradisse se stesso

    La nostra percezione è basata sulla dualità: qualcosa è o non è. Aristotele denominò questo principio logico “principio di non contraddizione” e noi uomini lo abbiamo posto come fondamenta per il nostro edificio del sapere. Tremiamo, dunque, perché la dualità così come la concepiamo logicamente è giunta alla sua estinzione. Un breve scritto giovanile stilato per un concorso alla Scuola Normale Superiore di Pisa che dà uno spiraglio di luce ad una teoria scientifica sul concetto di “anima”.

    Il mio Albero Rosso

    La quarantena ci sta veramente distaccando dalla natura? Ecco la mia versione dell’Albero Rosso di Piet Mondrian

    Questo remoto attuale

    Quando il passato si ripresenta nel presente, lo fa con un’attualità sconcertante. La dicotomia decade e gli errori del passato si ripresentano qui, ora. La ripresa di una poesia del passato ci ripropone un quesito eterno: cosa vuol dire evolversi?

    Storia di una lacrima

    Una lacrima scendendo dolcemente lunga la guancia descrive il suo ineluttabile tragitto.

    L’errore della soggettività

    Le cattive abitudini applicate alla Vita dell’inconscio.

    >
    error: Attenzione: Il contenuto è protetto da copyright!