Sull'ontogenesi della persona

"Da dove veniamo?"
Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 26 giugno 2020

Sommario

1 – Introduzione

2 – I vari volti della coscienza

3 – Perché C0

4 – L’emergere della persona

5 – Approfondimenti concettuali

6 – Due dimostrazioni

  • Fenomenologica
  • Empirica

7 – Conclusione: mente, anima, corpo e spirito

     

    1 – Introduzione

    Su cos’è una persona, in che senso ed entro quali limiti si può parlare di identità personale ho già dedicato uno scritto precedente dal titolo “Sull’identità personale”. Per il lettore che ha già studiato quello scritto sarà chiaro in che nucleo concettuale si può collocare il termine persona; occorre ora capire come questo nucleo emerga nell’essere umano. A livelli filogenetici sembra che la persona emerga come conseguenza a quella capacità di narratività che contraddistingue l’homo narrans. Utilizzo il termine homo narrans piuttosto che homo sapiens, perché reputo che non sia tanto lo sviluppo della technè a contraddistinguere l’uomo dagli altri primati, anzi sono convinto che perfino questa technè derivi dalla capacità di narratività. È infatti sempre più evidente, negli studi linguistici e nella filosofia della mente, che perfino la capacità di enumerazione è un derivato della facoltà di linguaggio. Pare che il nucleo di questa facoltà risieda nella proprietà di “infinità discreta” che contraddistingue la facoltà di linguaggio e che è presente solo e soltanto negli esseri umani. Una frase, infatti, si può comporre potenzialmente da infinite parole che tuttavia rimangono elementi discreti agli “occhi della mente”. Con il passare del tempo, l’infinità discreta avrebbe fatto emergere la facoltà di linguaggio e dunque la narratività. È poi da un processo di “purificazione semantico-lessicale” del linguaggio umano che deriverebbe la capacità di enumerazione il quale si basa per l’appunto sulla stessa proprietà di infinità discreta. Se però a livello filogenetico l’emergere della persona è descrivibile in poche righe, a livello ontogenetico il discorso è più complesso. Dando per scontato che il lettore abbia già assimilati i concetti presenti negli scritti “Sull’identità personale” e “Sul nichilismo ontologico”, useremo questi ultimi come cornice per lo sviluppo di una teoria sull’ontogenesi della persona. Partiremo dalla necessità di porre un “paletto” iniziale che dia il via a quella meravigliosa “catena” di fenomeni emergenti che porteranno in ultima analisi all’emergere della persona. Individueremo questo punto iniziale nella coscienza di tipo 0 che, per trattarla nel modo più esaustivo possibile, verrà introdotta dopo un’attenta analisi dell’uso quotidiano della stessa parola “coscienza”. Delineato ciò, proporrò uno schema ontogenetico che contiene specifici enti e processi. Ognuno di essi avrà dapprima una rapida introduzione che, più avanti, si trasformerà in un paragrafo dedicato ad ogni ente postulato. Enunceremo poi due dimostrazioni: una fenomenologica e una empirica. Ciò servirà al lettore per mostrare la fondatezza dello schema ontogenetico proposto. Infine, concluderemo con un tentativo di assimilazione di termini astratti quotidiani (corpo, mente, anima e spirito) nel quadro delineato.

    Scopri cosa ne pensa il nostro filosofo dell'Innovazione

    2 – I vari volti della coscienza

    Nel corso di questo scritto userò l’abbreviativo “C0” per riferirmi ad un particolare significato della parola “coscienza” che io chiamo “coscienza di tipo 0”. Infatti, con il termine coscienza copriamo quotidianamente un infinito numero di significati differenti. Ad esempio, di un paziente che è svenuto diciamo che “non ha coscienza”; questa tuttavia non è per niente la C0 che stiamo trattando. La tipologia di coscienza che viene descritta in questo caso è più una manifestazione olistica di risposta a certi stimoli (infatti, se ad esempio il malcapitato risponde istintivamente ad un pizzicotto, esso non può essere definito incosciente). Possiamo definire questo significato della parola “coscienza” come “Coscienza in senso MEdico” (CME). Allo stesso modo, l’espressione popolare “farsi un esame di coscienza” non si riferisce alla C che stiamo trattando, ma è più una consapevolezza morale che potremmo definire “Coscienza in senso MOrale” (CMO). Diamo una rapida occhiata ai diversi significati che troviamo nel dizionario online della Treccani riguardo la voce “Coscienza”:

    1) consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori: c. di sé, autocoscienza; contenuti di c., l’insieme dei dati presenti nella coscienza;
    2) con sign. estens.: ho c. di ciò che faccio; non ha c. di ciò che dice; popolo che ha c. dei proprî diritti e dei proprî doveri; prendere c. della propria forza;
    3) in senso più ampio, della realtà, dei reali problemi del paese, della situazione politica, e sim., rendersene esattamente conto (con sign. analogo, è frequente nel linguaggio politico e giornalistico l’espressione presa di coscienza); posso affermare con piena c., con assoluta certezza;
    4) capacità di valutare le proprie doti e attitudini: avere c. dei proprî meriti, delle proprie forze; ho c. dei miei limiti; non ha c. di ciò che vale.
    5) in senso più generico, conoscenza: fatto che è nella c. di tutti, che tutti conoscono;
    6) averne qualche sentore o sospetto: avere la vaga c. di qualche cosa;
    7) perdere i sensi, per uno svenimento o entrando in agonia: perdere la c.;
    8) riaversi: riacquistare la c.;
    9) in psicologia, la conoscenza dei propri atti attraverso la riflessione e l’analisi degli stati psichici;
    10) in psicopatologia, c. doppia, condizione morbosa caratterizzata dall’avvicendarsi nello stesso soggetto, per una durata più o meno protratta, di due diversi stati di coscienza, in ciascuno dei quali il soggetto appare immemore dei ricordi relativi all’altro stato;
    11) nel linguaggio della critica letteraria, flusso di coscienza (traduz. dell’ingl. stream of consciousness, tradotto anche talvolta, meno esattamente, corrente di c.), tecnica narrativa, peculiare soprattutto del romanzo inglese e americano del Novecento (J. Joyce, V. Woolf, W. Faulkner), che, ispirandosi alle linee della «confessione» psicanalitica, tenta di riprodurre oggettivamente, portando in primissimo piano un personaggio monologante, il libero, asintattico succedersi di pensieri, immagini, sensazioni, così come si forma e fluisce nella profonda intimità dell’individuo, ai limiti del subconscio, quando ancora debole o pressoché inesistente risulta l’azione delle facoltà riflessive e organizzative dell’intelletto razionale. L’espressione è talora usata, ma impropriamente, come sinon. di monologo interiore;
    12) consapevolezza del valore morale del proprio operato, sentimento del bene e del male che si fa: avere, non avere c.; agire con c.; esame di c., esame riflesso delle proprie azioni per poter discernere il bene e il male compiuto, e quindi riconoscere le proprie eventuali colpe (soprattutto come atto preparatorio al sacramento della confessione). Anche come criterio supremo della moralità o, in modo più attenuato, come sensibilità morale: O dignitosa coscïenza e netta, Come t’è picciol fallo amaro morso! (Dante); la voce della c.; agire secondo c., secondo i dettami della c.; avere la c. elastica; venire a compromessi con la propria c.; mi rimorde la c., sento rimorso; i rimproveri della c.; avere scrupoli di c., scrupoli morali; per obbligo, per debito di c., per dovere morale; per scarico, per sgravio di c., per non avere rimorsi; sentirsi la c. tranquilla, essere certo di aver agito bene o di non aver fatto nulla di male; cattiva c., stato di chi ha rimorsi o dubbi sulla legittimità morale delle proprie azioni; mettersi la c. in pace, far tacere gli scrupoli o i rimorsi, rassegnarsi al fatto compiuto; caso di c., caso dubbio la cui soluzione sollecita il nostro impegno morale; matrimonio di c., matrimonio canonico, privo di effetti civili, che viene celebrato in segreto, di solito per regolare la posizione di due persone che non possono contrarre un matrimonio civilmente valido o che, pur potendolo, ne subirebbero un danno; obiettore di c., v. obiettore. Come locuz. avv., in coscienza, per intimo senso di responsabilità morale, o sulla base di una approfondita e obiettiva valutazione: mi sento obbligato in c. ad aiutarlo; in c., non credo di poterti approvare; anche come semplice espressione asseverativa: in c., credimi, è proprio come t’ho detto;
    13) in molte frasi del linguaggio com., è intesa come il luogo riposto cui vengono riferite le nostre azioni e il giudizio su di esse: il fondo della c., la coscienza più intima; avere qualcosa, avere un peso sulla c., sentirsi colpevole; mettersi qualcosa sulla c., commettere un torto, una colpa; levarsi un peso dalla c., adempiere a un obbligo, riparare al mal fatto; avere la c. netta, pulita, non aver nulla da rimproverarsi (al contr., avere la c. sporca, non avere la c. pulita); prendere una cosa sopra la propria c., assumerne la responsabilità; si metta una mano sulla c., frase con cui si raccomanda a qualcuno di valutare bene le proprie responsabilità o lo si invita a esaminare le proprie azioni per scoprire se abbia delle colpe.;
    14) in qualche caso, indica genericam. impegno, cura, senso di responsabilità: operaio, artigiano che ha c. nel suo lavoro (anche: un operaio, un artigiano di coscienza, di molta c.); è un medico che cura i malati con molta c.; oppure probità, rettitudine, umanità, spec. nei rapporti col prossimo: è gente senza c.; agli speculatori non si può richiedere di avere c.; non c’è più c. nel mondo, oggi!;
    15) con riferimento alla religione: libertà di coscienza, diritto di sentire e professare opinioni e fedi religiose senza alcuna restrizione, impedimento o coazione da parte dell’autorità politica ed ecclesiastica; e con senso quasi concreto, dirigere, guidare le c., avere cura delle c., avere funzione di guida spirituale, curare le anime;
    16) estens. Consapevolezza e sensibilità di fronte a determinati fatti, problemi, esperienze di carattere non morale: avere, non avere una c. civica, patriottica; c. linguistica, c. giuridica; c. sportiva; anche, l’insieme dei sentimenti, delle concezioni, degli interessi che sono proprî di una società o di un gruppo sociale: c. sociale, c. collettiva, c. operaia; c. di classe, la piena consapevolezza che una categoria sociale, in partic. la classe lavoratrice, acquista relativamente ai proprî diritti e interessi;
    17) in tipografia, uomo di c., operaio al quale è affidata la conservazione e l’ordinamento del materiale di composizione e in particolare la scomposizione delle forme e il ricollocamento delle lettere nei rispettivi cassettini delle casse;

    Seppur il dizionario raggruppi sotto un’unica categoria alcuni di questi punti esposti, reputo che essi vadano differenziati per le varie sfumature che il termine coscienza assume al suo interno. Possiamo tuttavia fare una macro classificazione per raggruppare questi 17 significati:
    1) Coscienza in senso Cognitivo (CC): è intesa come sinonimo, con significato più o meno estensivo, della facoltà cognitiva che chiamiamo consapevolezza. Vi possiamo includere tutte le categorie evidenziate in rosso (1-5, 9, 16);
    2) Coscienza in senso Intuitivo (CI): è intesa come sinonimo di intuizione. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in arancione (6);
    3) Coscienza in senso MEdico (CME): è intesa, in senso strettamente medico, come incapacità di reattività a determinati stimoli e, in senso psicopatologico, come descrizione di una particolare patologia psichica. Vi possiamo includere tutte le categorie evidenziate in giallo (7,8,10);
    4) Coscienza in senso Letterario (CL): è intesa come una modalità di scrittura. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in verde (11);
    5) Coscienza in senso MOrale (CMO): è intesa come sinonimo, con significato più o meno estensivo, della facoltà cognitiva che chiamiamo consapevolezza con un’aggiuntiva semantica valoriale e/o morale. Vi possiamo includere le categorie evidenziate in azzurro (12-14);
    6) Coscienza in senso Religioso (CR): è intesa come espressione di una consapevolezza religiosa e/o spirituale. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in magenta (15);
    7) Coscienza in senso Professionale (CP): è intesa come denominazione di una determinata figura professionale. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in grigio (17).

    Si noti che, in tutte le macro classificazioni presentate, il termine “coscienza” assume sempre o la forma di un sinonimo di consapevolezza oppure appartiene ad un gergo specifico (medico, letterario, religioso, professionale). Tuttavia, nessuno di questi significati viene a coincidere con la coscienza di tipo 0 “C0” di cui tratteremo in questo articolo. Occorre dunque presentare il significato che questa C0 assume.

     

    La coscienza non inganna mai; è la vera guida dell’uomo: essa sta all’anima come l’istinto sta al corpo.

    Jean-Jacques Rousseau

    3 – Perché C0

    Una trattazione specifica della C0 è indispensabile se si vuole abbracciare un protopanpsichismo come quello che propongo nel quadro del nichilismo ontologico. Senza comprendere la C0 il concetto di persona, non solo sembra apparire misteriosamente nella mente umana in uno specifico momento della crescita del bambino, ma addirittura sembra essere sconnesso dal resto del mondo. Senza una C0 e un percorso ontogenetico che da essa porta all’emergere della persona, l’uomo diventa un übermensch sulla natura: nulla è pari a lui, egli è alieno a tutto. Se invece riusciamo ad impostare questo percorso che va dalla C0 alla persona, l’uomo si inserisce in continuità con gli altri organismi viventi e con il mondo in generale, senza tuttavia appiattire le caratteristiche peculiari dell’homo narrans quali la facoltà di linguaggio.
    Tuttavia, la C0 non viene introdotta ad-hoc come difesa al protopanpsichismo, ma la sia formulazione è già presente in numerosi studi fenomenologici. Riprenderò questi studi in una parte più avanzata dello scritto. Per ora, nel delineare il nichilismo ontologico ho azzardato l’ipotesi che la C0 sia presente in tutti gli organismi viventi proprio come principio teleologico interno ad essi. È per questo che ho voluto delinearla come coscienza “di tipo 0”, poiché essa è la linea di demarcazione tra organico ed inorganico, il primo gradino dell’esistente, lo step numero 0. Quella che io chiamo C0, altro non è che un diverso nome di ciò che, in ambito fenomenologico, è stata chiamata “autoaffezione immediata” o anche “coscienza non tematica di sé”. Anche se riprendo il lessico utilizzato dai grandi ricercatori di fenomenologia, le terminologie che ripropongo qui hanno un campo semantico differente che svilupperò nel paragrafo dedicato agli approfondimenti concettuali. Mi si potrebbe obiettare che, mentre la biologia pone come base dell’esistente un qualcosa di fisico, io opti controintuitivamente per un principio psichico. Quest’obiezione è più che ammessa, ma è mal posta. Nessuna teoria biologica è infatti riuscita a distinguere nettamente tra organico ed inorganico partendo da una distinzione puramente fisica (escludendo dunque un qualche prinipio teleologico). Di solito si attribuisce all’organismo un telos, ma questa è già una funzione psichica. La verità è che la biologia non si occupa di metafisica. Pare che le qualità psichiche siano delle proprità emergenti del piano fisico, ma questo non è propriamente dimostrabile. Credo che il fisico sia una modalità dello psichico, un po’ come la capacità di enumerazione emerga dalla facoltà di linguaggio. A livello microscopico, in un organismo, diviene dunque impossibile distinguere psichico e fisico poiché le unità fisiche (cellule, proteine, DNA ecc.) sembrano seguire un proprio telos. L’organismo non è un’industria, non è un meccanismo, esso emerge da un piano psichico. A tal proposito si vedano le interessanti teorie del biologo britannico Rupert Sheldrake riguardo il cosiddetto “campo morfico”, quest’ultimo infatti potrebbe essere un punto di partenza teorico della riunificazione della C0 psichica congiunta al piano fisico (una specie di monismo alternativo). Purtroppo la cultura scientista su cui si basa la società occidentale ha dato per scontata la subordinazione dello psichico al fisico, precludendoci teorie alternative (basti notare quanto vengono sottovalutate le ricerche di Sheldrake). In effetti, non ci serve arrivare ad un tale estremo per dichiarare l’esistenza di una C0, per ora limitiamoci nell’affermare che la C0 sia il punto di partenza dei nostri studi riguardo l’ontogenesi della persona. Volendo invece speculare un po’ sull’universalità negli organismi della C0 possiamo ripercorrere il motivo per cui personalmente abbraccio un protopanpsichismo (detto anche panesperienzialismo o panprotopsichismo):

    1. a mio avviso occorre abbracciare un materialismo “esistenzialista”, poiché è la sola teoria cosmologica che si basa su dati empirici comprovabili fenomenologicamente. Attenzione: nella mia interpretazione del materialismo, la materia equivale all’esistente, questo significa che, in questo contesto, materialismo non è una posizione scientista che afferma l’esistenza del solo piano fisico, anzi esso diviene una trasposizione ontologica delle intuizioni esistenzialiste (che dunque non preclude la possibilità di esistenza ad enti “non fisici”). L’etimologia che abbraccio per il termine “materia” è quella che deriva da “mater”; il materialismo esistenzialista postula dunque l’esistenza di una matrice universale: l’esistente. Si noti che questa postulazione di materialismo esistenzialista contrasta ontologie quali il relativismo e le cosmologie religiose (almeno quelle che introducono una divinità trascendente);
    2. Il materialismo (di qualsiasi tipologia) può sopravvivere alle sue molte aporie solo assegnando qualità psichiche a entità materiali (che in questo caso sono gli esistenti);
    3. alternative al protopanpsichismo come il monismo neutro e il panpsichismo aggiungono tesi che non sono comprovabili empiricamente, infatti per il monismo neutro tutto si riduce ad una terza cosa che non è né psichica né fisica, mentre per il panpsichismo questa terza cosa è sia psichica che fisica. A mio avviso, qualsiasi tesi sulle caratteristiche di una “terza cosa” diviene pura interpretazione filosofica personale e va dunque scartata in favore di una teoria più economica (in senso occamiano) quale è il protopanpsichismo.

    Ribadisco che per comprendere appieno la teoria esposta, occorre associare al protopanpsichismo la teoria del nichilismo ontologico. Volendo precisare il quadro appena delineato, l’unica funzione del nulla è quella di essere, a posteriori, la culla prima del piano informazionale; è invece l’esistente a essere, a priori, la matrice dell’universo. Si noti infine che quando si parla di piano informazionale lo si fa non in senso ontologico, ma in maniera logica a posteriori rispetto alla nostra costituzione dell’universo. Il piano informazionale diviene euristicamente il principio primo della realtà agli occhi dell’esistente, se però quest’ultimo non vi è, allora vi è il nulla. Il piano informazionale è dunque subordinato all’esistente: l’esistente percepisce la sua origine nel piano informazionale che in realtà origina dall’esistente stesso: è tutto un eterno uroboro. Ma poiché è la C0 che contraddistingue l’esistente, è essa che ontologicamente fonda l’universo. Possiamo dire che la C0 sta all’ontologia come il piano informazionale sta alla logica (dove con logica si intende la metodologia di analisi “scientifica-conoscitiva” della realtà). A questo punto deve essere chiara l’importanza che la C0 assume; andiamo dunque a vedere a livello ontogenetico come da essa derivi l’intero universo così come lo concepiamo in quanto persone (il che si traduce dunque nel ripercorrere la genealogia ontogenetica che unisce la C0 alla persona e i relativi processi emergenti).

    4 – L’emergere della persona

    Si sappi che, tanto i nomi delle strutture fenomenologiche, quanto alcune loro descrizioni, sono stati ripresi da quel che reputo uno dei libri più geniali della nostra epoca (dal titolo “Identità della persona e senso dell’esistenza” di Andrea Zhok). Partiamo ora a delineare più nel particolare la pars costruens del seguente scritto.
    Abbracciando le intuizioni fenomenologiche sulla C0, il protopanpsichismo e il nichilismo ontologico, si arriva ad una semplice conclusione: la C0 è l’origine di tutto l’esistente, l’origine dell’Universo. In particolare, nell’essere umano, l’Universo emerge pienamente con la stadio di sviluppo di noi “esistenti in quanto persone”. Ho rintracciato 6 processi base che portano dalla C0 alla costituzione della persona:

    1. processo 1: ordinamento dell’esperito secondo linee di senso diacroniche (associazioni, rinvii, implicazioni, “significati”) e sincroniche (coappartenenza materiale, manipolabilità, utilizzabilità, distinzione tra primo piano e sfondo, ecc.);
    2. processo 2: aggiunta della dimensione telica esplicita (disposizione desiderativa, anticipante, orientata verso il futuro a prescindere da ogni rappresentazione di un fine);
    3. processo 3: possibilizzazione (struttura intenzionale ritenziva-protensiva che fa emergere i significati rinviando a una dimensione di aspettative/possibilità);
    4. processo 4: apprendimento attivo di strutture associative;
    5. processo 5: sviluppo del linguaggio e, contemporaneamente, della capacità di riflessione;
    6. processo 6: capacità di narratività (coerentizzazione dei significati in un quadro unitario).

    Con l’attivazione di tali processi emergono strutture fenomenologiche e cognitive differenti. In totale ne ho rintracciate 7:

    1. autoaffezione immediata (o coscienza non tematica di sé): è ciò che ho chiamato “C0”, una forma primordiale di coscienza che è presente, in gradi differenti, in tutte le entità. È esprimibile come una primitiva relazione immediata a sé stessi;
    2. coscienza trascendentale (o, per Kant, appercezione trascendentale): è la condizione di possibilità dei fenomeni, il “luogo” in cui, convergono i diversi “dati” provenienti dalle intuizioni sensibili;
    3. sé minimo: si esprime come un sentire qualificato, un prendere posizione di fronte all’esperito, è l’origine di ogni dualismo in quanto espressione primitiva di quello che sarà l’istinto psicologico del “combatti o fuggi”;
    4. coscienza intima: è la coscienza obiettivante in prima persona e il polo non obiettivabile dell’autocoscienza preriflessiva. Essa si può esprimere come negazione di tutti gli attributi dell’ego, è quel residuo che rimane togliendo ogni input esterno ed interno. È chiaramente identificabile con ciò che viene definito “spirito”; inoltre dalle parole dei mistici che hanno raggiunto il “nirvana terreno” sembra che essi abbiano percepito la coscienza intima (e non la noluntas, come invece vorrebbe Schopenhauer), lo stesso ragionamento si può compiere per le cosiddette esperienze di “espansione di coscienza” (o come lo chiamava Freud: esperienze di “sentimento oceanico”) in seguito ad alcuni stati meditativi o all’uso di sostanza stupefacenti;
    5. autocoscienza preriflessiva (chiamato “cogito preriflessivo” da Sartre, “autoaffezione” da Kant e “coscienza interna nel tempo” da Husserl): è il “punto di vista” sul mondo, l’io in quanto struttura intenzionale ritenziva-protensiva;
    6. coscienza fenomenica: è il modo di darsi in prima persona di un’esperienza, al suo interno si susseguono i cosiddetti “qualia”, le qualificazioni dell’esperienza;
    7. ego: è la coscienza obiettivata che emerge quando corpo e comportamento divengono oggetto per altri;
    8. persona: è l’insieme delle narrazioni che ci fanno percepire l’identità personale, il perdurare nel tempo di un’unica entità.

    Ecco uno schema riassuntivo dell’emergere della persona dalla C0:

    Si noti che:

    • in arancione sono evidenziate le strutture che hanno un carattere più cognitivo che fenomenologico; infatti, in prima persona, non abbiamo mai alcuna percezione introspettiva di strutture quali la coscienza trascendentale, così come non abbiamo una percezione unitaria di ego e di persona;
    • al processo 3 concorrono numerosi elementi. Infatti la possibilizzazione non è frutto della semplice autocoscienza preriflessiva, ma è necessario il “punto di vista” fornito dalla coscienza intima e le varie qualificazioni esperienziali fornite dalla coscienza fenomenica;
    • la coscienza intima è strettamente correlata alla persona poiché, in tutte le narrazioni di sé, è presente il punto di vista in prima persona sia come soggetto della narrazione che come oggetto della stessa; è proprio il sovrapporsi del soggetto-oggetto in prima persona che porta all’identificazione dell’oggetto della narrazione con se stessi. Questo processo avviene altresì nell’osservazione di altre persone attraverso il fenomeno dell’empatia che si sviluppa a partire dai cosiddetti “neuroni specchio” (un discorso analogo si può fare per la correlazione tra autocoscienza preriflessiva e persona, correlazione che però ho dato per scontato poiché coscienza intima e autocoscienza preriflessiva sono in realtà due facce di una stessa medaglia);
    • ho voluto evidenziare l’importante ruolo della coscienza fenomenica che agisce anche in maniera retrospettiva sul processo 3. Le sensazioni, le emozioni, le impressioni e le intuizioni date dall’esterno, come esperienze, e dall’interno, come processi biochimici, concorrono alla possibilizzazione; il controllo del medium della coscienza fenomenica tra questi input e il processo 3 è al centro del carattere del libero arbitrio;
    • in nessun modo si può esperire in prima persona ciò che precede la coscienza intima;
    • la mappa che ho costruito non vuole per nulla essere una panoramica esaustiva dei processi che portano all’emergere della persona; inoltre le relazioni non si devono intendere nè in maniera statica, nè in maniera sufficiente. In futuro, con le giuste motivazioni, la mappa potrebbe assumere forme differenti;
    • ho evidenziato, all’interno di un quadrato verde, la fase che va dall’ego alla persona per sottolineare la vivace dinamicità di questo macro processo. Infatti impariamo continuamente nuovi linguaggi che ci portano a nuove possibilità di riflessione e a nuove costruzioni narrative. Questa è la base dell’importanza dello studio continuo, poiché una routine troppo affermata, se non accompagnata dalla curiosità dello studio, si trasformerà in una fossilizzazione del macro processo evidenziato, portando ad una “mummificazione” dell’identità personale.

     

    “La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”

    Carl Gustav Jung

    5 – Approfondimenti concettuali

    Autoaffezione immediata (C0): abbiamo già detto parecchio su questo “ente”, voglio qui soffermarmi su quello che è il processo 1 che gli ho attribuito. Per avere le idee un po’ più chiare tentiamo di guardare la realtà con gli occhi del Kant quasi sessantenne della Critica della ragion pura. Per lui, l’oggetto della percezione (chiamato intuizione sensibile) era già passato al vaglio di due “filtri” che rendevano conoscibili un mucchio di “dati caotici”. Questi “filtri” sono appunto lo spazio e il tempo che trasformano le sensazioni materiali (per noi inconoscibili) in intuizioni sensibili. Tutto ciò che percepiamo è dunque, per Kant, già il frutto di un processo di filtraggio. La stessa costatazione è stata oggigiorno effettuata da quelle che chiamiamo “scienze cognitive” e dalla fenomenologia. La differenza tra gli attuali modelli proposti e il modello kantiano sta solo nel numero di filtri che si individuano. Riprendendo gli studi fenomenologici a riguardo, ho individuato il processo 1 come il nodo d’incontro di due tipologie di ordinamento dell’esperito: quelle che organizzano su linee di senso diacroniche e quelle che lo fanno su linee di senso sincroniche. È da questo processo che emerge l’intero universo. Queste due linee di senso sono strettamente correlate e non dobbiamo immaginarle come una serie di processi meccanici che si incastrano uno dietro l’altro. I processi sono infatti strettamente intrecciati; ad esempio, la linea di senso sincronica di manipolabilità concorre a definire lo spazio della linea di senso sincronica del “significato”, allo stesso modo in cui nella coappartenenza materiale vi è un insieme di associazioni implicite (sincronico e diacronico sono dunque distinzioni puramente formali). In questo quadro d’insieme, spazio e tempo divengono delle astrazioni “pure” di tutti questi sub-processi. Si noti che in tutti questi processi, vi è insito il telos implicito tipico dell’organismo vivente. È dal telos che scaturisce tutto ciò. Perché dare però all’ordinamento secondo queste due linee di senso una priorità assoluta tanto da individuarlo come processo 1 scaturente direttamente dalla C0? Il fatto è che, quella che chiamiamo “teleologia interna” negli organismi viventi, sembra avere già in sé un qualche sistema sensoriale che svolge il processo 1. Mi spiego meglio: come fa il seme a divenire pianta? A parte le spiegazioni meccanicistiche della genetica, ci serve una spiegazione teleologica. Tale spiegazione risiede nel fatto che il seme ha una forma di sensibilità minima che deriva da una sua C0, sensibilità che gli fa “percepire inconsciamente” il terreno, l’acqua, i nutrienti e che dà il via alla fase di germogliazione. Lo stesso vale per qualsiasi altro organismo vivente, perfino per un batterio. Gli organismi devono svolgere un processo 1 che ovviamente ha gradualità differenti (proprio come afferma il protopanpsichismo). La pianta così svilupperà alcune linee di senso diacronico e altre di senso sincronico, l’uomo ne svilupperà altre ancora, ma tutti gli organismi viventi hanno in comune il processo 1 che deriva in modo diretto dalla loro C0.
    Coscienza trascendentale: un centro di unificazione all’interno della psiche deve obbligatoriamente esserci. Non perché lo possiamo esperire in prima persona (quell’essere unico che percepiamo è l’ego, non la coscienza trascendentale), ma per una necessità puramente logica. Si tratta dell’io penso kantiano, del “luogo” d’incontro in cui tutti i risultati, dapprima del processo 1 e poi di tutti gli altri processi, convergono. Se immaginiamo metaforicamente il processo 1 come la creazione dell’universo, la coscienza trascendentale è lo spazio infinito in cui l’universo si colloca.
    Sé minimo: con la creazione dello spazio infinito vi può ora essere un primo nucleo che, inconsciamente, decide a cosa avvicinarsi e a cosa no. Se nella C0 vi è implicitamente un telos, qui il telos diviene esplicito e mostra una propria caratterizzazione. Il topo sa che deve fuggire dal gatto, non perché qualcuno glielo ha insegnato o perché lo ha letto in un “libro per topi”, ma perché il suo “istinto” glielo indica. Il sé minimo non è però rintracciabile solo a partire dagli animali, esso è già nelle piante. Quest’ultime infatti, seppur non possono prendere una posizione “istantanea” di fronte ad una situazione, si adattano lentamente a ciò che hanno di fronte. Così, i girasoli hanno un telos esplicito che gli fa seguire il sole e lo stesso telos esplicito è rintracciabile nelle “scelte” di direzioni di crescita delle piante rampicanti, nelle facoltà da predatori delle piante carnivore, nei movimenti del desmodium gyrans (comunemente detta “pianta danzante”) e nel peculiare comportamento della mimosa pudica. Focalizziamoci sulla pianta carnivora che comunemente chiamiamo dionea: questa chiude “la bocca” in presenza di una mosca non perché vi è un insieme di meccanismi che glielo fa fare (come viene spiegato negli attuali libri di biologia), essa lo fa perché ha un sé minimo che istintivamente la fa comportare in questa maniera; in questo senso il meccanismo che viene descritto nei libri di biologia diviene semplicemente un mezzo fisico affinché il sé minimo agisca. Si noti come il sé minimo diviene lo spazio ontologico in cui il processo 2 prende luogo. Infatti, senza alcun telos esplicito è inutile ipotizzare un sé minimo, quest’ultimo vi è perché esiste il processo 2.
    Coscienza intima e autocoscienza preriflessiva: possiamo immaginarle entrambe come due facce della stessa medaglia. La faccia rivolta verso il “mondo” è l’autocoscienza preriflessiva, quella rivolta verso l’”interiorità” è la coscienza intima. Quest’ultima ha in comune con le sue “strutture” precedenti (sé minimo, coscienza trascendentale e autoaffezione immediata) il fatto che non obiettivizzi ancora nulla. Il suo ruolo è di essere le radici che fanno emergere l’albero dell’autocoscienza preriflessiva; seguendo questa metafora, le tre strutture ontologiche precedenti diventano il terreno onnipresente che nutre queste radici. Da questa faccia della medaglia, da questo albero “nel mondo” si sprigiona quello che astrattamente chiamiamo “tempo” che in realtà soggiace al processo di possibilizzazione.
    Coscienza fenomenica: dobbiamo qui specificare che cosa si intende con input interni ed esterni che diventano i contenuti di questa struttura ontologica. Possiamo definire come input interni i correlati fisici che concorrono ad uno stato di coscienza (attivazione neurale, ormoni, sostanze chimiche alteranti quali caffeina, serotonina, adrenalina ecc.) e come input esterni le astrazioni che derivano dal processo 3 e che influenzano anch’essi lo stato di coscienza (sistema di credenze, attitudini morali, ma anche quelli che abbiamo chiamato, nel nichilismo ontologico, enti astratti). Esiste un senso per cui tutto ciò è in realtà “interno” poiché non esiste una pura cosa in sé indipendente dall’esistente, ma se consideriamo il punto di vista soggettivo, questa distinzione tra input interni ed esterni diventa logicamente utile per distinguere gli oggetti di studio delle scienze (input esterni) e quelli di altre discipline quale ad esempio la psicologia o le scienze cognitive (input esterni). Si noti che ciò che prima, nel processo 1, era stato chiamato come “significato” (tra virgolette, poiché si tratta di un carattere implicito ed intuitivo), con il processo 4 diviene significato vero e proprio poiché appartenente ad un campo semantico discorsivo vero e proprio. È con il processo 4 che avviene l’inizio di ciò che chiamiamo “apprendimento”. Il bambino infatti, impara prima il lessico associato alle sensazioni fenomeniche come ad esempio le parole: rosso, cibo, papà (inteso come intero tridimensionale che compare alla coscienza fenomenica), buio, macchina, cane ecc.; e solo dopo si passa ad imparare astrazioni e oggetti non fenomenici quali ad esempio le parole: pianeta, internet, giustizia ecc. Si noti in genere che anche se un bambino imparasse come sua prima parola “internet”, esso lo ricollegherebbe sempre ad una funzione che gli dia una sensazione fenomenica e non ad un concetto astratto quale invece è per definizione. In questo caso, il processo 4 è completamente subordinato alla coscienza fenomenica ed è un processo attivo seppur si basi su predisposizioni geneticamente determinate (come ad esempio i principi della cosiddetta “grammatica universale”).
    Ego: questa struttura ontologica è in un certo senso l’obiettivazione astratta a 360 gradi dell’autocoscienza preriflessiva (sul cui sfondo si dà per scontato la coscienza fenomenica). Ogni volta che utilizziamo la parola “io” ci riferiamo proprio a questo ego; esso è il referente a tutte le nostre obiettivazioni in prima persona. E proprio per questo suo carattere astratto, l’ego non è una vera e propria struttura indagabile fenomenologicamente attraverso l’introspezione. L’ego è il primo ente astratto che, per interazioni sociali, prenderà la forma di persona. Ad esso si attribuisce il processo 4 quando diciamo ad esempio “Sto imparando una nuova lingua”, mentre in realtà questo apprendimento avviene per lo più a livello inconscio su determinati “binari”. L’ego è infatti perlopiù inconscio. Quando agiamo, affermiamo che “sono io ad aver agito”, ma poiché qualsiasi azione ha una prevalenza di caratteri psicologici inconsci, questi caratteri vengono inglobati dall’ego purché vi possa essere una qualche coerentizzazione. Ciò non avviene in altri casi particolari: pensiamo ad un omicida che afferma “non ero in me mentre stavo facendo ciò”; egli effettivamente non riesce a coerentizzare i suoi impulsi inconsci (derivati dal processo 2) con ciò che chiama “ego”, è per questo che fa un’affermazione del genere (a patto ovviamente di essere sincero e di non star fingendo solo per motivazioni quali ad esempio una riduzione della pena). Si vede subito come i processi 5 e 6 emergano dall’ego e che effettivamente essi siano correlati. La narratività si serve infatti del linguaggio umano e l’ego si serve della narratività che fonda e che attribuisce a sé stesso in momenti di giudizio.
    Persona: su questo non abbiamo molto da aggiungere tranne forse sul carattere fortemente sociale di questo ente che è anch’esso astratto. Se infatti io fossi Tarzan (isolato quindi da una comunità umana di parlanti), non riuscirei a sviluppare il linguaggio umano e non mi identificherei mai quale una persona (mi identificherei solo come ego). L’apprendimento del linguaggio deriva dall’essere inseriti in una comunità di parlanti e la narratività si sviluppa per dar giustificazione delle proprie azioni a questa comunità; allo stesso modo emerge la persona: un ente coerente perseguibile che risponde delle proprie azioni. Si noti infine che casi di fallimento della coerentizzazione narrativa, come avviene in quelle persone definite dalla società “incapaci di intendere e di volere”, portano ad una privazione del titolo di persona e al venir meno dei diritti ad esso associato.

    6 – Due dimostrazioni

    • Fenomenologica

    Invito adesso il lettore ad usare la tecnica dell’introspezione per verificare la veridicità delle strutture descritte e dei processi in esse coinvolti (almeno fino al livello del sé minimo, poiché è impossibile andare oltre con l’introspezione). Poniamoci dapprima la domanda “Chi sono io?”, chiudiamo gli occhi e lasciamo che la nostra mente ci dia una risposta. *il lettore chiuda gli occhi ed esegua l’esercizio* Fatto ciò, possiamo notare un insieme di narrazioni che ci sono apparse davanti agli occhi. Probabilmente avremo rivisto le nostre azioni compiute poco fa o anni fa, avremo visto luoghi visitati, avremo visto i nostri genitori o dei cari; qualunque cosa abbiamo effettivamente visto ad occhi chiusi possiamo scomporla in questa maniera: c’eravamo noi e una narrazione inconscia di fondo. Si noti che la memoria stessa è un aggregato di narrazioni. Quello che abbiamo visto è la nostra persona e abbiamo notato la narratività (e di conseguenza il linguaggio) ad essa associata. Con questo banale esperimento mentale introspettivo il collegamento tra persona e processi 5 e 6 diviene esplicito. Passiamo oltre. Prendiamo adesso un oggetto in mano e chiediamoci “Chi ha preso questo oggetto?”. *il lettore esegua l’esercizio*. Probabilmente avremmo intuitivamente risposto “Io” oppure avremmo detto il nostro nome. Questa risposta è però emersa senza un quadro narrativo di fondo. È quasi banale affermare che “io ho preso questo oggetto”, talmente banale che ci viene difficile rifletterci retrospettivamente. Quell’”io” antecedente ai processi di narratività è l’ego che deriva da una capacità di utilizzare il linguaggio. Immaginiamo un mondo in cui non abbiamo sviluppato alcun tipo di linguaggio umano. Proprio per il motivo di non poterci domandare “Chi ha preso questo oggetto”, non potremmo formulare una risposta e dunque non potremmo nemmeno generare questo ente astratto che chiamiamo “ego”. È dunque chiaro che l’ego preceda i processi 5 e 6, ma che a sua volta derivi dal processo 4. Andiamo avanti. Diamoci ora un pizzicotto e concentriamoci profondamente e ad occhi chiusi sulla sensazione di dolore che ne emerge. *il lettore esegua l’esercizio* Questo dolore è un “qualia”, una qualificazione di un’esperienza, esso non si può spiegare semplicemente come l’attivazione di alcuni neuroni del cervello (come invece affermano i fisicalisti). Questo dolore appena esperito ha una sua consistenza, seppur flebile. Questa consistenza però deve avvenire in un qualche “luogo” conscio (che non può dunque essere la coscienza trascendentale poiché essa è inconscia). Questo “luogo” è per l’appunto la coscienza fenomenica. Essa è antecedente all’ego, infatti per sentire il dolore non abbiamo avuto bisogno di alcuna formulazione discorsiva; anche Tarzan sente il dolore. Questa coscienza fenomenica è allora precedente all’uso del linguaggio e dunque al processo 4. Il dolore è però durato un’istante: prima non c’era, poi c’era e infine non c’era più. Questo significa che esso è inserito in una temporalità implicita che è per l’appunto la struttura ritenziva-protensiva derivante dal processo 3. Andiamo ancora oltre. Si fissi un punto della stanza assaporando la prospettiva visiva che abbiamo: guardiamo il colore, le linee, lo sfondo. Concentriamoci profondamente su ciò che abbiamo davanti. *il lettore esegua l’esercizio* Abbiamo assaporato la magia dell’unificazione prospettica: il nostro unico ed inimitabile punto di vista “sul mondo”. Esso appare come un tutt’uno privo di qualificazioni esplicite. Certo, magari abbiamo osservato qualcosa di colorato, ma l’abbiamo potuto osservare in una prospettiva unificata indipendentemente dalla nostra focalizzazione sui vari qualia che abbiamo avuto davanti. Questo vuol dire che deve esistere una “sede” di questa unificazione conscia transmodale (che riguarda cioè più sensi): l’autocoscienza preriflessiva. Essa però è antecedente perfino alla coscienza fenomenica poiché l’unificazione avviene in maniera neutrale, senza cioè alcun qualia su cui ci si focalizza esplicitamente. Infine, per percepire la coscienza intima consiglio di utilizzare la meditazione vipassiana le cui tecniche si trovano facilmente online. Lo scopo è liberare la mente da qualsiasi input esterno e riuscire ad accedere ad uno stato di coscienza in cui la concentrazione la fa da padrone. Il lettore può sentirsi libero di provarci più e più volte o di non provarci nemmeno. Il risultato alla fine è che perfino la prospettiva sul mondo viene a decadere e si raggiunge una consapevolezza di se stessi privi di qualsiasi qualità: è questa la coscienza intima, il polo non obiettivabile dell’autocoscienza preriflessiva. Durante la meditazione si può però notare un quadro telico esplicito di base e lo si può fare con quella facoltà che chiamiamo “intenzionalità”, con essa notiamo che il cuore batte e che il respiro è controllato e continuo; tutti questi sono aspetti telici espliciti che rientrano nella coscienza intima, quest’ultima deve perciò essere successiva al processo 2.

    Empirica

    Analizzerò qui gli studi di psicologia dello sviluppo che derivano dall’osservazione della crescita dei bambini dalla nascita fino a divenire linguisticamente maturi. Partiamo dall’osservazione degli eventi biologici intrauterini. L’ovulo in sé, così come lo spermatozoo, ha evidentemente un telos implicito che noi descriviamo in termini funzionali (descrizione che si ripete per tutti gli oggetti della biologia). L’ovulo è chiaramente generato per accogliere lo spermatozoo e quest’ultimo è generato per congiungersi con l’ovulo. Entrambi questi enti sono dunque esistenti concreti indipendenti. È ovvio che dall’unione di due esistenti (che hanno dunque una gradualità della C0) si sviluppi un essere che è immediatamente provvisto di una C0. È dunque già ben prima di nascere che un essere umano ha una C0 (ovviamente secondo gradualità minime, riuscirà cioè a compiere determinati ordinamenti di linee di senso sincroniche ma non altre e lo stesso vale per le linee di senso diacroniche). In questo processo di formazione del feto, diviene difficile individuare una tempistica per l’emergere di un sé minimo e di una coscienza trascendentale. Credo che questi elementi emergano sempre più preponderantemente in concomitanza con l’emergere dei sistemi fisici sensoriali. Non dobbiamo infatti dimenticare che quelle che nel linguaggio comune sono distinte nettamente, cioè le qualità psichiche e fisiche, a livello ontologico si fondono in un tutt’uno. Se è evidente che un processo 2 avviene già a livello intrauterino, è altrettanto chiaro che il processo 3 emerga molto tempo dopo la nascita. La prima domanda su cui dovremmo concentrarci, ripercorrendo le tappe della psicologia dello sviluppo, sarà dunque la seguente: in quale fase emerge l’autocoscienza preriflessiva e di conseguenza la coscienza intima? (non dimentichiamo che quest’ultima è il polo non obiettivabile della prima). Per rispondere a questa domanda occorre notare che affinché ci sia un’autocoscienza preriflessiva occorre che ci sia un nucleo minimo di coerenza psicologica unitaria di ciò che siamo. Nel bambino questo nucleo si sviluppa attraverso una serie di stabilizzazioni dell’esperito in strutture coerenti. La prima di queste strutture è quella che Shaun Gallagher chiama “schema corporeo” la quale definisce limiti e capacità del proprio corpo. È dunque a partire dalla corporeità che si configura nella mente del bambino l’autocoscienza preriflessiva e, se ci pensiamo un attimo, non poteva essere altrimenti. Il bambino in questione infatti non ha ancora accesso alla sfera linguistica e i suoi unici oggetti di esperienza sono il corpo e la dimensione agentiva. È dai 3 mesi in poi che il bambino “vive” il proprio corpo con gradualità differenti: così a 8 mesi inizia a lanciare gli oggetti, dai 10 mesi utilizza gli strumenti a imitazione degli adulti (cucchiaio, cellulare giocattolo ecc.) e si avventura nella deambulazione autonoma dai 12 mesi in poi. Si noti che tutte queste attività presuppongono un “punto di vista sul mondo”, anche se la differenziazione io-mondo non è ancora definita. È quindi probabile che l’autocoscienza preriflessiva si sviluppi gradualmente dai 3 mesi di età. Ma che dire della coscienza fenomenica? Ci sembra banale affermare che un bambino, fin dal momento in cui la vista è ben sviluppata, riesca ad avere distinzioni fenomeniche per qualia quali il rosso o il verde, eppure evidenti prove empiriche di comparazione neurolinguistica mostrano come sia anche la nominalizzazione a influire profondamente sulle differenziazioni dei colori percepiti. Parlare dunque una lingua che differenzia il blu in 10 sfumature con nomi differenti, significa percepire 10 colori differenti. La lingua influenza le categorizzazioni percettive, ma questo discorso vale anche a livello fondamentale dei qualia? Credo che la risposta a questa domanda si possa ritrovare nella genesi stessa del processo di nominalizzazione. Infatti, per nominalizzare qualcosa occorre avere a priori un qualche concetto. Indipendentemente dalla lingua usata, dunque, vi sono già delle macro categorie concettuali che ci fanno distinguere esperienze fenomeniche quali il rosso e il giallo. È solo grazie a questi concetti a priori che si può insegnare ad un bambino a differenziare nominalmente il rosso dal giallo. Il bambino prelinguistico deve dunque già possedere una coscienza fenomenica anche se possiamo affermare che essa migliorerà di efficienza nelle categorizzazioni grazie all’uso del linguaggio. Non potendo individuare una fase precisa in cui la coscienza fenomenica emerge, occorre dunque ipotizzare che essa si inserisca nella fase che va dall’emergere dell’autocoscienza preriflessiva a quella della strutturazione dell’ego. Si noti però che il processo 4, cioè l’apprendimento attivo di significati condivisi, avviene già in maniera marginale dai 9 mesi di età, cioè da quella fase in cui si passa alla dimensione triadica (io-altro-mondo). È infatti con l’emergere delle cosiddette “olofrasi” che si mostra l’esistenza di un minimo processo 4. Possiamo dunque affermare con più precisione che la coscienza fenomenica emerga in maniera ben strutturata dai 3 ai 9 mesi d’età, poiché essa ha un ruolo chiave nell’apprendimento attivo dei significati condivisi. Cosa possiamo ora dire dell’ego? Per quanto possa sembrare sorprendente non vi è traccia empirica di un ego prima dei 4 anni di età. Sembra infatti che la coerentizzazione unitaria avvenga nella fase dai 4 a i 6 anni d’età attraverso un processo di esplorazione del proprio corpo percepito (si tratta della fase che Piaget chiama preoperatoria). Che dire infine dell’emergere della persona? Anche l’emergere di quest’ultima struttura (più cognitiva che ontologica) è indissolubilmente legata alla dimensione del linguaggio e della riflessione. Più propriamente non è possibile concepire l’emergere della persona prima del superamento del test di falsa credenza (che avviene intorno ai 4 anni d’età). È infatti solo in questa fase che si inizia a concepire la propria esistenza come un’entità interna al tempo stesso (caratteristica necessaria per potersi definire “persona”). La persona inizia dunque a configurarsi dai 4 anni d’età e si oggettivizza sempre di più man mano che avanza il processo di narratività del vissuto. Si noti che è grazie all’esistenza di “mezzi” linguistici che riusciamo a “navigare” nella nostra memoria e dunque possiamo oggettivizzare le esperienze passate. Possiamo concludere con uno schema riassuntivo di ciò che abbiamo desunto in questo paragrafo:

    1. da sempre è presente una C0 come rielaborazione delle singole C0 dei gameti sessuali;
    2. coscienza trascendentale e sé minimo emergono gradualmente nell’ambiente intrauterino in concomitanza con i correlati fisici che permettono la sensibilità;
    3. autocoscienza preriflessiva e coscienza intima emergono dai 3 mesi d’età in poi;
    4. la coscienza fenomenica si struttura dai 3 ai 9 mesi d’età, una dimostrazione è la presenza (a 9 mesi) delle olofrasi (che sono una conseguenza del processo 4 e dunque della coscienza fenomenica);
    5. ego prima e persona poi, si presentano a partire dai 4 anni d’età. L’ego si sperimenta immediatamente con l’ingresso nella fase che Piaget definisce “preoperatoria”, mentre la persona si struttura man mano dal momento in cui si supera potenzialmente il test di falsa credenza e si coerentizza linguisticamente il proprio vissuto.

    Si noti che ovviamente né quella che ho chiamato dimostrazione fenomenologica né quella empirica sono riconducibili a dimostrazioni in senso matematico, ma lo sono in senso etimologico. Questi ultimi due paragrafi hanno appunto di-mostrato una certa fondatezza delle strutture ontologiche e cognitive qui presentate e delle correlazioni ai loro vari processi.

    Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.”

    Stephen Hawking

    7 – Conclusione: mente, anima, corpo e spirito

    Certo è che però nella vita quotidiana nessuno di noi enuncia frasi del tipo “Stamattina nella mia coscienza fenomenica ho dovuto sopportare un bel po’ di dolore a causa dell’infiammazione ai denti” o anche “Non sono ancora riuscito con la meditazione a sperimentare la coscienza intima” o qualunque altra frase che contenga una delle strutture analizzate. Perfino il termine persona viene riservato a frasi del tipo “Ma che razza di persona è quella? Sembra un barbaro!”. Al contrario il nostro vocabolario quotidiano è ricco di frasi del tipo “Oggi il mio corpo ha faticato un bel po’ in palestra” oppure (riferito ad un defunto) “Spero che la sua anima riposi in pace” o ancora “Non ho idea di cosa mi sia passato per la mente” o “Ho bisogno di un ritiro spirituale”. Insomma: mente, anima, corpo e spirito sono nozioni che usiamo un po’ tutti (chi più e chi meno) mentre nozioni quali autocoscienza preriflessiva o sé minimo sono nozioni a noi completamente estranee. Cosa significa tutto ciò? Dobbiamo affermare che usiamo termini anacronistici privi di alcun riscontro empirico? Oppure sono le strutture qui presentate ad essere fallaci proprio perché sono parole che sono emerse solo nell’ultimo secolo? Una risposta a questa domanda ci viene data parzialmente dal saggio “Il punto di svolta” di F. Capra. Egli afferma infatti che la cultura occidentale si fonda su una visione cartesiana dell’uomo e che questo paradigma di pensiero non si è ancora sorpassato nella psicologia comune. È in effetti in Cartesio che corpo e mente sono separati in maniera sostanziale e sono essi che fondano la base dell’uomo. Alla stessa maniera, abbiamo alle spalle una lunghissima tradizione religiosa che spesso parla di anima e di spirito. L’uso dunque di queste nostre terminologie derivano da un’influenza culturale religiosa, da un lato, e cartesiana, dall’altro. A questo punto un’altra domanda sorge spontanea: per tutti questi millenni l’uomo è stato così ingenuo da non aver rintracciato nemmeno lontanamente le strutture ontogenetiche della nostra specie? In realtà mente, anima, corpo e spirito altro non sono che parole anacronistiche che hanno un riscontro con le analisi fenomenologiche qui proposte. Reputo infatti che tutti questi 4 termini indichino un “olone” di strutture o di processi che abbiamo già presentato. Chiariamo dapprima che cosa indica il termine “olone”. Esso è per la prima volta utilizzato dal filosofo dello scorso secolo Arthur Koestler che lo descrive come una parte di un sistema complesso che ha una sua individualità, ma che è anche parte integrata di un sistema di “ordine superiore”. Esso indica dunque un ente astratto derivato, come proprietà emergente, da una struttura sottostante. Effettivamente tutte le strutture ontologiche che abbiamo presentato (tranne la base della C0) possono essere descritte come oloni. Tuttavia, reputo che questo concetto si abbini in maniera ottimale al lessico della psicologia comune; cercherò dunque di fondare la correlazione tra queste 4 parole e le strutture presentate in questo scritto, presentando le prime come degli oloni delle seconde:

    corpo: esso è il correlato obiettivato dell’autocoscienza preriflessiva che si sviluppa a partire dallo schema corporeo e che, con l’aggiunta della dimensione riflessiva, diviene immagine corporea. Si noti che alla parola corpo non corrisponde obbligatoriamente un insieme biologico. Infatti, una persona menomata di una gamba che si abitua a usare una protesi plastica, inizierà dapprima ad inglobarla nel suo schema corporeo per poi farla divenire un tutt’uno con la sua immagine corporea. Questa persona, quando parlerà del proprio corpo si riferirà anche alla sua protesi, poiché ormai è “parte di lei”. Un esempio analogo si può fare per casi inversi. Una persona che ha appena perso un arto, avrà per un certo periodo di tempo, quella che viene chiamata “sindrome dell’arto fantasma”. Ciò avviene poiché questa persona “sente” la propria immagine corporea come completa di questo arto. Quando questa persona si riferirà alla parola corpo lo farà inconsciamente inglobando il suo arto. seppur questo non è fisicamente presente. Il corpo è dunque un’immagine “mentale”, un olone frutto di un processo di abitudine e di consolidamento dello schema corporeo;
    mente/anima: con questi due termini si ci riferisce ad uno stesso olone che si caratterizza come mente in contesti più scientifici e come anima in contesti più popolari o spirituali. La mente/anima è l’insieme olistico del “vissuto” (in senso astratto) della coscienza trascendentale. In esso affluiscono infatti tutti gli input provenienti dalle altre strutture ontologiche compresi i qualia della coscienza fenomenica. Da un certo punto di vista, possiamo vedere la stessa coscienza fenomenica come “incassata” all’interno della coscienza trascendentale. La coscienza trascendentale coglie infatti la strutturazione percettiva primaria derivante dal processo 1, struttura che diviene lo sfondo in cui i vari qualia dell’esperienza vi si inseriscono. Si noti inoltre che con il termine mente/anima ci si riferisce spesso anche all’insieme delle attività inconsce, attività che, pur non passando dalla coscienza fenomenica, convergono in un “centro cognitivo” che è appunto la coscienza trascendentale. Va infine precisato che, soprattutto il termine anima, viene a volta usata come alternativa alla parola spirito. Credo fortemente che questa assimilazione lessicale delle parole spirito e anima sia una specie di “licenza poetica” che ci si accorda, data l’estrema ambiguità e astrattezza di questi due termini. Detto questo, ribadisco che, quasi in tutti i contesti, la parola anima è assimilabile semanticamente alla parola mente, ma non alla parola spirito;
    spirito: è un sinonimo di ciò che abbiamo chiamato coscienza intima. Esso è inteso come il nucleo che rimane togliendo qualsiasi altra “sovrastruttura”. Si ricordi che la coscienza intima è infatti l’ultima, tra tutte le strutture ontologiche, che si può sperimentare in prima persona; oltre ad essa non vi sono strutture in cui possiamo “immergerci”. Ai nostri occhi essa diviene dunque il principio primo, la fiamma divina uguale in tutti gli esseri umani che sopravvive a noi poiché, anche morendo metaforicamente come persone, come ego o addirittura come autocoscienze preriflessive, la coscienza intima rimane intatta.

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    The day in which the man contradicted himself

    Our perception is based on duality: something is or isn’t. Aristotle named this logical principle “principle of non-contradiction” and we humans have put it as the foundation for our building of knowledge. We shiver, then, because the duality, as we logically conceive it, has come to its extinction. A short juvenile essay produced for a contest of the Scuola Normale Superiore of Pisa that gives a glimpse of light on a scientific theory on the concept of “soul”.

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